Il mio romanzo

GIOVEDI’ 9 Gennaio 2014

Non frequento più il mio blog, per impegni vari. Passo solo per ringraziare tutti gli amici di qui che hanno acquistato il mio romanzo “Morte in vetrina”, che è inserito fra i finalisti del premio “il mio esordio”, organizzato da ilmiolibro.it.
Grazie davvero, di tutto cuore.

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Il mio romanzo

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Alla fine mi sono deciso a farlo, forse perché la mia indolenza, che somiglia a quella del protagonista di questo “noir” atipico, si è fatta sorprendere quando era distratta.
Chi ne ha voglia può acquistarlo su “www.ilmiolibro.it” (basta cercarlo col mio nome e cognome “Antonio Valentini”, o con il titolo “Morte in vetrina”) oppure richiederlo a una qualunque delle librerie Feltrinelli.

A presto.

Buona estate a tutti voi.

 

Maiale di mare

                                      Maiale di mare

 Mentre aspettavo il conto, al tavolo accanto al mio si sedettero due donne e un uomo. Lui, che aveva una giacca blu coi bottoni d’oro e un cappello da capitano di vascello, si alzò quasi subito, sporgendosi alla veranda sul mare troppo splendido, per il suo sguardo da finto nocchiero. Fosse stato in alta montagna avrebbe avuto un cappello da tirolese e si sarebbe affacciato su una parete a picco, con l’aria di quello che è appena salito da lì. Le due donne avevano una ventina d’anni meno di lui e si capì, quando cominciò a decantare se stesso con il gestore, che le aveva ingaggiate insieme all’equipaggio, per traversare il Tirreno con la sua barca. La bionda alla sua sinistra, non avendo né passato né futuro, rispondeva con volgare ilarità alle battute dell’uomo mentre l’altra, magra, coi capelli castani lunghi, si sforzava di appartenere alla scena, entro cui comunque veniva risucchiata bruscamente dai lazzi rumorosi dell’esagitato e della consapevole puttana. L’uomo chiese una bottiglia di grappa come aperitivo e commentò la richiesta con una risata degenerata, che finì in una sorta di gorgoglio della bava che secerneva, in proporzione alla crescente euforia. Al quarto bicchierino di grappa arrivò l’antipasto di mare e l’uomo l’annusò, facendo una faccia schifata, poi chiamò il cameriere e gli urlò le sue rimostranze per il pesce che a suo dire puzzava.  Dai tavoli interni molti dei presenti dovettero voltarsi verso il teatrino, ma la ragazza attonita del trio si girò verso di me e mi guardò negli occhi, per quell’attimo che bastava ad entrambi. Al proprietario, subito intervenuto con modi concilianti, l’esaltato spiegò che lui il pesce lo conosceva bene, perché di solito lo pescava in apnea, tuffandosi al largo, dalla sua barca. Nel raccontare la panzana si rabbonì, accettando le scuse forzate del proprietario, che poi si allontanò verso altri clienti. Fu in quel momento, mentre la bionda rideva con la sua bocca capiente, che l’altra fece per andarsene, ma l’uomo la bloccò stringendole forte il polso. La smorfia di dolore della ragazza provocò l’imbarazzo del truce che in uno sbalzo d’umore parve pentito e le parlò quasi a bassa voce, versandole del vino bianco nel bicchiere e invitandola a un brindisi. Quando lei  cominciò a piangere la furia lo ripossedette e di scatto le gettò in faccia il vino del suo bicchiere, poi si rivolse alla bionda, che ridacchiava piano, dicendole:
“Vado a pisciare. Le lacrime mi fanno quest’effetto.”
Si alzò e chiese del bagno, e io che avevo già pagato il conto e conoscevo il locale uscii dirigendomi sul retro, poi entrai dalla porta di servizio dell’albergo, seguendo il corridoio che da lì portava al ristorante. Senza che nessuno mi avesse visto entrai in bagno e mi diressi verso i rumori che provenivano dall’interno di uno dei gabinetti a schiera. Non c’erano altri clienti e così mi avvicinai cautamente al porco che pisciava nel water e fischiettava un motivetto in voga, con la porta aperta e col cappello da capitano in testa. Lo colpii all’orecchio con un gancio, facendogli volare il cappello e poiché era caduto in ginocchio gli ficcai per un paio di secondi la testa nel water, affinché praticasse un po’ di apnea nel suo brodo di coltura. Avevo già chiuso alle mie spalle la porta del bagno quando lo sentii lamentarsi dall’interno.
In macchina mi venne voglia di fumare, dopo cinque anni. Mi allontanai verso il borgo e proprio al cancello di entrata del ristorante-albergo, alla fine del viale alberato, vidi la donna castana che picchiettava l’asfalto coi suoi tacchi, allontanandosi da se stessa.
Mi fermai alla sua altezza e aprii lo sportello, senza guardarla.
 Lei entrò e io dissi: “Tranquilla. A me non devi spiegare niente.”
“Nemmeno tu. Ti ho visto al tavolo vicino al mio.” lei disse.
“Tu invece eri a quello sbagliato.”
“Era il mio datore di lavoro. Pensavo che mi avesse offerto una vacanza.”
“Anni fa girava questa filastrocca: i padroni son tutti dei porci, più sono porci più sono lerci, più sono lerci più hanno i milioni…”
“Sei comunista?” chiese.
“No, sono un osservatore.”
“A tutto c’è rimedio.” lei disse.
“E’ là che stiamo andando”
Rise piano come me, e quando finalmente la guardai mi resi conto che era l’unica che avesse negli occhi il mare, da sempre.
Scendemmo verso di lui, scintillante nella corona di luci, tutt’intorno al golfo, e scendemmo per lui verso la decenza di un’altra storia.

 

Essere e divenire

                                     Essere e divenire

 Entrai nel negozio di giornali e Roberto restò come al solito di fuori, troncando il dialogo. Benché rifiutasse da sempre di presenziare a quello che non lo riguardava provai la sottile liberazione che ci coglie quando qualcosa di insopportabile si avvicina alla nostra indulgenza.
Tornato in strada notai che si era spostato sul marciapiede opposto, con l’orecchio al cellulare. Di certo era sua moglie che gli dava le consegne del giorno e questo mi spinse a restare in attesa e lontano, non per rendergli lo sgarbo ma per evitare il consueto rituale dei saluti alla sua consorte, indirettamente fatti e ricambiati. Così a distanza potevo guardarlo, nel modo che di rado ci è consentito di usare, quando le persone e i sentimenti, le incombenze e gli oggetti ci stanno talmente vicini da andare fuori fuoco ed essere subìti con l’esausta pazienza con cui si procede in automobile, nella nebbia. Era dunque lì, finalmente in chiaro, quell’amico di infanzia, compagno di università e di eccessi giovanili, artista innato, parlatore forbito, seduttore talmente istintivo da farmi da apripista, negli anni in cui andavamo a caccia di ragazze, per la strada. Era lì, a tenere all’orecchio il cellulare con la posa distaccata della sua maturità, mormorando paroline dolci o di vuoto assenso alla moglie volpina. Gli guardai i diradati capelli in tinta di ruggine, il giubbino casual da borgataro, le scarpe alla moda col fondo convesso, che pare raddrizzino anche le schiene dei pusillanimi. Si voltò verso di me solo perché il dialogo con madama era finito e quando lo raggiunsi si affrettò a chiedermi una particolare cortesia.
“Ti andrebbe di accompagnarmi da Coin? Mia moglie ha visto ieri un giubbino molto bello, che la sua amica ha regalato al marito. Dovremmo solo affrettarci, poiché era in saldo e rischio di non trovare più la mia taglia.”
Più che affrettarci si mise a correre e io lo seguii per un centinaio di metri, prime di dirgli che a quell’andatura poteva proseguire la maratona da solo. A quel punto si calmò, anche perché il sudore gli sarebbe sceso dai capelli e non vi era certezza che la colatura fosse incolore. Del resto arrivammo presto a destinazione. Con la commessa usò l’abituale distacco cortese, vagamente effeminato, e in una decina di minuti tentò di infilarsi dentro un paio di giubbini, uno rosso fuoco e l’altro pastello, troppo stretti. Dovette richiamare sua moglie e subire i rimproveri che lei sapeva spalmargli addosso ad ogni occasione, a controllare che il morso fosse sempre tirato al punto giusto. Conclusa la frenesia dello shopping ci mettemmo a parlare di cinema, ma dopo che mi ero inoltrato nel sunto di un film che avevo visto mi resi conto che non aveva ascoltato neanche mezza parola.
“Ti dispiace se diamo un’occhiata ai libri delle bancarelle?” mi chiese, nel bel mezzo del piazzale della stazione.
“No. Mi dispiace di più che tu non stia a sentire, quando ti si parla.”
“Hai ragione. Sarà l’età.”
“Veramente hai sempre fatto così, e dato che gli amici si riconoscono nel momento del bisogno, ogni volta bisognava fartelo notare.”
“Con gli anni ti sei fatto mordace.” disse ridendo, finalmente presente, mentre negli occhi gli passava un guizzo della vecchia anarchia.
“Si vede che devo crescere, per arrivare ai tuoi anni, che sono più dei miei.” dissi.
Prese a guardarmi con più attenzione, a cercare un varco e uno spunto per rifarsi.
“Dovresti anche vestirti un po’ meglio. Qualche tinta più vivace ti accosterebbe di più alla primavera. E poi quei capelli brizzolati….”
“Tingere abiti e capelli coi colori adatti ad attraversare la strada senza pericolo, vuoi dire?”
Si arrese, ridendo, quando eravamo già arrivati alle bancarelle dei libri che, nascosti sotto i romanzi usati e i libri d’arte, offrivano al colto e all’inclito gli inesorabili dvd porno. Sapevo che sarebbe andato a parare lì e quando cominciò a rovistare mi scostai verso i libri di cinema e di viaggio, pensando al momento in cui non ce l’avrei più fatta ad accettare quelle debolezze, in nome del suo passato splendente vitalismo.  Ne uscì dopo una decina di minuti, con una busta piena di dvd.
“Ho preso qualche film porno.” disse.
“Vuoi intendere che è meglio guardarseli in casa da soli piuttosto che al cinema, dove se ti ecciti troppo sei costretto ad andare alla toilette per farti una sega a memoria?”
Mi guardò con un lampo di astuzia, pronto ad accettare la sfida del sarcasmo.
“Capisco il fatto che il peccato ti turbi.” disse.
“Il peccato, semmai, è che tu abbia bisogno di eccitarti in quel modo lì.”
“E tu come fai?”
“Quello che mi viene spontaneo, senza additivi chimici o multimediali.” risposi.
Mosse le labbra per replicare e subito desistette, guardando in basso, a raccogliere un nuovo spunto.
“Lo sai che sono stato in uno di quei centri di massaggio tailandese?”
“Per la tua cervicale?”
“Per ben altro, amico mio. Certamente si occupano anche di cervicale e mal di schiena, ma se tu chiedi un massaggio romantico….”
“Ti  toccano col sottofondo dei Notturni di Chopin?”
“Ma dai che hai capito. Insomma è un massaggio erotico. Nessun rapporto completo, beninteso. Una magnifica masturbazione.”
“Interessante.” io dissi, e lui capì tutt’altro, assumendo un’euforica espressione di complicità.
“Vogliamo andarci insieme, adesso? E’ qui vicino.” propose.
“Interessante sociologicamente, intendevo. Offrono sesso soft, senza complicazioni infettive. Anche se ci fosse un’irruzione della polizia farebbero in tempo ad allestire la messinscena del massaggio terapeutico.”
“Vuoi dire che non ti eccita la trasgressione?”
“Nemmeno se mi pagassero loro.”
“Ma fammi il piacere. Vuoi darmi ad intendere che in tanti anni di matrimonio non hai mai fatto una scappatina?” disse, alzando la voce, senza avvedersene proprio vicino a un prete, che si voltò di scatto, chissà se scandalizzato o interessato.
“Eppure eri normale, da giovanissimo.” aggiunse.
“Anche tu.”
Stavolta non rise, ma nemmeno si arrese del tutto.
“Avrai certo avuto le tue tentazioni, in questi anni.” disse.
“Se ne ho avute, erano donne normali, non prostitute, e ogni volta, desistendo, ho pensato al primo sguardo che avrei dato a mia moglie, dopo.”
Lui scosse la testa, quasi la costernazione per me gli imponesse un pietoso silenzio, ma presto si ricordò di essere un affabulatore.
“Il matrimonio è un contratto, uno dei tanti, amico mio. L’importante è rispettarne le forme, poiché nella sostanza la passione fisica finisce dopo qualche anno.” disse.
“Certo a finire è la passione immediata, quella del tutto animale. Sparisce la quantità, ma rimane la qualità, per quelli che la sanno coltivare.” risposi.
“Sacrificio e dedizione.”
“Amore, più che altro. Ma quello bisogna provarlo davvero, così come l’amicizia, per accettare le parti peggiori del nostro divenire.”
Mi guardò, serrando le mascelle, e io pensai fosse tentato da un insulto decisivo, o addirittura pronto alla lite clamorosa. Con un gesto deciso si mise invece a rovistare nella busta, tirando fuori uno dei dvd, che vantava le prestazioni mirabolanti di un nano, baloccato da quattro donne.
“Prendi questo. – disse – Puoi vederlo anche tu. Come hai notato dalla foto in copertina non è vietato ai minori.”
Rifiutando l’offerta sorrisi di quel rigurgito della sua passata ironia, forse l’ultimo prima di cedere del tutto al vivagno melenso e lasciarmi a resistere, da solo, con la riga dei capelli, e non solo quella, a sinistra, e la decenza quotidiana della ragione.

 

                                                         

 

Occhi per rivivere

                                           Occhi per rivivere

L’aria mi sfuggiva, infilandosi nei vicoli, trattenuta appena dalle piccole limonaie incastonate fra le case basse, dalle luci fioche delle stanze, le cui finestre spalancate tentavano invano di divorarla. L’oscurità fronteggiava il lungomare e quando vi arrivai compresi che il mare era il mio respiro, la tregua al mistero della mia presenza in quel luogo, nel sud del sud, di fronte al desiderio dell’Africa, di spalle al rifiuto della mia vita. Guardai intensamente le vite degli altri, brulicanti sul lungomare arcuato, incalzate da un piglio festoso, come fosse l’inizio di una nuova era, un antico dopoguerra che le induceva a riscoprire gli spazi, i passi, le risate, la libertà delle parole sbagliate o inutili.
Di fronte al mare le case mostravano la sobria eleganza delle porte finestre e nei terrazzi, appena rialzati sulla strada, sedevano nell’ombra i borghesi accorti, ad osservare il passeggio esaltato con distratta indulgenza.
Mi diressi verso la piccola darsena, da cui arrivava una musica riempitiva dell’attesa di una qualche manifestazione e prima che scorgessi il palco, posto al termine della strada, nella zona di collegamento fra il lungomare che stavo percorrendo e quello più ampio che usciva dalla cittadina, vidi sbucare da un vicolo una sorta di Ercole in miniatura, totalmente nudo, a parte gli slip, coi muscoli gonfi di steroidi e cosparsi di olio, per l’imminente esibizione sul palco. Più avanti ne apparvero altri due, ugualmente muscolosi e bassi di statura, preceduti e seguiti da uno stuolo di ammiratori, tenuti a bada dai rispettivi allenatori, che di tanto in tanto ripetevano, qua e là, le unzioni sui corpi, bisbigliando consigli e incitamenti. Sul palco, nel frattempo, la presentatrice illustrava la gara tentando vanamente, nell’eloquio, di sfuggire al dialetto e alla miseria del suo incarico.
Svicolai lungo le mura dell’ultima casa, sottraendomi alla folla che prendeva corpo, diretto al grande lungomare che sembrava lasciato al suo destino di provinciale solitudine. Le forme chiare dell’enorme spiaggia si affacciavano sui bombi cadenzati del mare, visibile nelle bianche creste delle onde, svettanti come avanguardie vessillifere che, sfumando sul bagnasciuga, lasciavano il testimone alle consorelle, a volte più deboli, spesso più alte e ardimentose. Ebbi un fremito, una sorta di brivido cerebrale, il segno di una improvvisa e fatale evenienza e per un attimo cercai di tornare indietro per sfuggirgli.
Fu allora che la vidi, seduta su una panchina di pietra, curva sul proprio mistero vitale che di tanto in tanto, alzando gli occhi, cercava di scagliare lontano da sé, verso l’entroterra, subito incantata dal proprio sguardo o dal nulla che proiettava nelle forme scure delle colline. Percepii una lontana somiglianza, una nostalgia importuna e infelice, derisa dalla mia ragione che riuscì a spingermi oltre, benché una forza misteriosa mi prendesse alle spalle, per trattenermi. Non guadagnai che qualche metro, prima che la sua voce mi giungesse  pronunciando il mio nome, con un’intonazione bilanciata fra l’esclamazione e il dubbio.
“Dorian.”
Appena la guardai, volgendomi, la somiglianza che avevo sospettato si fece più marcata, quasi che nel mettere a fuoco il suo volto ne aggiustassi i lineamenti, il taglio particolare degli occhi, le guance ancora morbide, le rughe impietose ai lati della bocca, le macchie di necrosi sul dorso delle mani.
“Emma?” chiesi, con un filo di voce, nel timore di un assenso che mi arrivò come un pugno allo stomaco.
“Come mai sei qui?” dissi, con un tono di urgenza simile a un’accusa.
“Perché non ti siedi?” lei disse.
Nella dolcezza del suo sguardo c’era uno stupore rassegnato, un’accettazione della fatalità che mi trasmise, e nel guardarla, quasi come facevo un tempo, mi sembrò che il suo volto rifiorisse, che le spalle riacquistassero il nerbo, la deliziosa prepotenza nell’esporre il seno, nel sostenere il collo, prima piegato nella mestizia, ora fiero nella consapevolezza del suo slancio. Forse i segni eccessivi del tempo che avevo creduto di vedere in lei erano stati l’inganno dell’oscurità e mentre me ne rallegravo lei disse: “Ora ho capito perché sei qui.”
“Cosa intendi dire?”
“Due mesi fa, guardando la carta geografica di questa zona, ho scoperto che questa cittadina si chiama Erato. Te lo ricordi questo nome?”
Assentii in silenzio, rabbrividendo.
“Mi chiamavi così. E’ il nome di una delle nife oceanine e mi dicesti che significa “colei che suscita desideri”.”
“Non mi è servito a molto desiderarti.”
“A me piaceva che lo facessi.” lei disse, quasi protestando, più a difendere i miei vecchi slanci che il suo cinismo.
“Troppo comodo. Erano in molti a sbavare per te e tu non ne eri mai sazia.”
“E’ vero. Avrei voluto fermarmi, sottostare ai tuoi occhi, i soli che sapevano guardarmi a quel modo. Ne avevo bisogno e paura.”
“Non è facile crederti.” dissi, volgendo lo sguardo al mare, come a cercare una via di fuga, ora che sentivo io il bisogno di guardarla.
“E tu perché sei qui?” chiese, prendendomi una mano.
“Affari.” dissi, mentendo.
Ero lì per il suo stesso motivo e quel mistero mi infastidiva, come ci infastidisce una scadenza dimenticata che riaffiora dal fondo del tempo.
“Senti, io ho una casa qui, poco distante. C’è un piccolo giardino. Andiamo a sederci là.” disse.
Si alzò tirandomi per la mano e di nuovo, nello slancio, mi parve più giovane, ma certo era per l’euforia dell’incontro e per il desiderio di scoprirne l’enigma.
Traversato il lungomare piegammo a destra verso una casa a un piano, color ocra, che si affacciava su un piccolo giardino separato dalla strada da una staccionata. Varcammo un cancelletto di legno bianco e ci sedemmo nelle poltrona di un gazebo, protetti dai rampicanti.
Quando la guardai, alla luce decisa di una lampada esterna, le mie progressive impressioni divennero certezze e ne ebbi paura, cercando una decisione per fuggire, e più la guardavo più il suo volto riacquistava l’antica giovinezza. Le macchie alle sue mani erano scomparse e le sue dita erano tornate morbide, come le guance di pesca che avevo descritto nelle mie inutili poesie.
Ebbi un sospetto terribile e mi guardai le mani, poi con un impulso improvviso le chiesi il permesso di poter usare il suo bagno e lei mi accompagnò fino alla porta di casa, stringendomi la mano prima che la chiudessi. In bagno accesi la luce e allo specchio mi apparve il me stesso di vent’anni prima. I fili bianchi ai capelli erano scomparsi e la luce degli occhi aveva riacquistato l’infantile cadenza del poeta. Uscii in fretta e la trovai nell’oscurità del disimpegno, pronta ad abbracciarmi e a lasciarsi baciare e accarezzare. Poi mi condusse di nuovo nel gazebo, non prima di aver spento la luce.
“Nell’ombra possiamo essere come eravamo.” disse ridendo, ancora ignara di tutto.
“Ti ho amato molto, ma ho dovuto andarmene per smettere di odiarti.” dissi.
“E’ da allora che ho cominciato a odiare me stessa per averti perduto.”
“Non era destino.”
“Ogni giorno mi mancava il tuo sguardo, come manca l’acqua alla terra che deve fiorire. Sono invecchiata molto più dei miei quarant’anni. Per quanto cercassi, nessun altro poteva sostituirti.”
“Io non ho nemmeno cercato.”
“Quanto tempo ho perso per guardare oltre te.” disse a se stessa, singhiozzando.
“Credi di sapere tutto del tempo?”
“Non me ne importa. Mi basta che tu sia qui.”
“Deve importartene, invece. Devi capire. Anch’io sono qui per aver letto il nome Erato sulla cartina. Ma questo è niente.”
Stavolta fui io a trascinarla in casa e aprendo la luce dell’ingresso ci guardammo nello specchio lungo. Il suo orrore nel volto divenne poco a poco coraggio e i nostri sorrisi accettarono l’incantesimo, con la stessa fermezza con la quale si accetta la sventura.
“E’ il tuo sguardo a farmi rivivere.” disse.
“Ed è il riflesso di questo sguardo, dai tuoi occhi, a far rivivere me.”
“O forse è un’illusione.” lei osservò, abbracciandomi.
“Tutta la vita lo è.”
Di fuori altre illusioni gonfiavano la musica, i muscoli dei culturisti tascabili, le lenzuola stese nelle altane, i giochi arroganti e invincibili dei bambini, sul lungomare.

 

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Monica

                                             Monica

 Fui nel punto in cui i personaggi della mia storia avrebbero dovuto lasciarsi che alzai gli  occhi oltre la vetrata, ai fregi delicati dei palazzi, ai tenui colori delle facciate, in quella moderazione cromatica che rendeva tutto indeciso, eppure indelebile ed elegante, come una bella calligrafia. Mi accorsi così che quella vaghezza mi era familiare, come se il mio quartiere e la mia persona se la imprimessero a vicenda, per osmosi, e capii che anche la storia che stavo scrivendo non poteva avere un esito conclamato. La lei e il lui che tratteggiavo, più che dividersi per sempre, si sarebbero sottratti l’uno all’altra, ma anche a se stessi e allo scenario, fino a divenire trasparenti, sfumando nel nulla, a lasciare pagine vuote, come i colori sepolti da secoli si sfarinano alla luce improvvisa del presente. Prima che il senso di nientificazione facesse sparire quello scorcio urbano davanti ai miei occhi, trascinandomi con sé, cercai con lo sguardo qualunque cosa che avesse un colore carico, una pregnanza anche volgare, lucida e immutabile come un’invadenza, e per fortuna la trovai. Passava nel marciapiede opposto, pencolando come un trampoliere sui suoi tacchi alti, lustra di gel nei capelli neri, la maschera facciale occhiuta di fard e di rossetto sanguinario, il giacchino di pelle aperto come un portale, a favorire le sporgenze dei seni, le gambe diritte e implacabili. Ebbi una sete improvvisa del suo profumo, che per quanto intuissi eccessivo non potevo certo annusare dall’alto. Per questo mi precipitai verso la porta di casa, scendendo in fretta le scale e schivando nell’androne la sagoma stanziale del portiere. Svoltai l’angolo e la vidi cinquanta metri più avanti, nel suo passo oscillante e indifeso, da equilibrista. Raggiungerla significò entrare nella sua storia, nello stesso momento in cui ne ideavo quei pochi particolari che sfuggivano a un’esatta identificazione. Una così non poteva che chiamarsi Jessica o Pamela o Vanessa e venire lì in centro con la metro dalla Subaugusta, per fare la commessa in un negozio di abiti femminili. Cercai un modo per abbordarla, anche se nel mio bagaglio tecnico non ce n’era nessuno. Avevo altre maniere per rapportarmi a una donna che mi intrigava eppure, nell’affiancarla, prima che i suoi occhi che già mi squadravano diventassero sospettosi, trovai una domanda spiritosa, squallida ed efficace. 
“Scusami. Vado bene per dove mi pare?”
La sconsiderata sorrise e subito se ne pentì, volgendo gli occhi sul suo percorso e aspettando che dicessi qualcosa di più convincente.
“Sai una cosa? Prima che ti vedessi, dalla mia finestra, così viva e colorata, questo quartiere mi stava morendo sotto gli occhi.” dissi.
Lei allora mi guardò più a lungo, come se questo le consentisse di leggermi dentro e di prendermi le misure. Quando capì che non poteva farcela, almeno per il momento, distolse gli occhi e disse:
“Mi piace l’idea.”
“Lascia che te la spieghi, prima di apprezzarla.”
Lei chiuse gli occhi sorridendo, del tutto convinta o del tutto avvinta al gioco, che magari poteva distrarla per un poco dalla sua routine.
“Devi sapere che io scrivo storie per il cinema, partendo spesso da un particolare che ad altri potrebbe sembrare insignificante. – aggiunsi, prendendomi una pausa, ma solo per toccarle delicatamente una spalla – Insomma ti ho visto dalla finestra, rapito dalla pregnanza dei tuoi colori e mi sono detto che una ragazza così viva non poteva abitare in un quartiere così morto. Sono certo che vieni qui per lavoro, prendendo la metro A, forse da Cinecittà; che ti chiami Pamela o Jessica e che fai la commessa.”
La sua risata piena sembrò portarmi la zaffata decisiva del suo profumo fruttato, denso e sgargiante, come un sentore tropicale.
“Oppure ti chiami Marika e fai la cassiera in un market.” dissi.
Lei, che si era accesa una sigaretta, fece una faccia furba da clown bianco, sbuffando il fumo, con la corta consapevolezza della sua storia.
“Sbagliato.” disse.
“Certo può essere che abiti a Pantano, sulla Casilina, e che vieni in centro con la ferrovia urbana.”
“Tutto può essere. L’unica certezza è che la tua fantasia fa cilecca.”
“Io però la lascio correre. Tanto è un cavallo che torna.” dissi.
Camminavamo lentamente, con passi dipendenti dal dialogo, che si teneva al di qua di un’ironica diffidenza.
“Dunque non fai la commessa e non prendi la metro. Però è nel bar grande, qui in piazza, che fai il tuo snack, all’una, ed è lì e a quell’ora che ti aspetterò.” dissi.
La mia proposta le assottigliò un sorriso muto, concentrato su un’idea imprecisa e che pure sembrava scorrere davanti al suo passo.
“Mi chiamo Monica e abito a Ponte Marconi, lavoro nello studio di un commercialista e non faccio lo snack nel bar in piazza, davanti al quale non ti incontrerò, all’una.” disse.
“D’accordo, facciamo all’una e un quarto.” dissi io.
Lei scosse il capo, ancora divertita, poi scappò verso il commercialista che mi figurai ancora giovane e calvo, pallido e bisognoso del trucco carico e deferente di lei. Io invece tornai in fretta verso casa, cominciando a scrivere su un foglio gli sviluppi ipotetici della sua storia. Guardando i rari mobili antichi del mio studio, decisi che Monica abitasse in una casa piena di mensole e di ninnoli di peluche, con copie banali di panorami azzurri e di gialli tramonti alle pareti, a parte la foto incorniciata con il suo lui, forse un Fabio carrozziere, le mani più vecchie della giovane faccia, l’occhio nervoso e lo stomaco già enfiato dai troppi carboidrati. Fabio che regala l’uovo con la pantera rosa a pasqua, fedine d’oro già scambiate, l’amore del sabato sera in macchina, anche se Monica e lui si vogliono solo una parte di bene, perché il resto è sperduto nella tentazione del gioco, o nel gioco della tentazione. Fabio non dice a Monica di quando sale nella mansarda di Tina, la divorziata a cui ha rifatto così bene lo sportello della Ka. Monica non gli racconta che succede quando lei e il suo principale chiudono la porta e abbassano le tapparelle, per consumare respiri stropicciati, sul divano dell’ufficio. Storie parallele e senza attrito, che non rendono opachi i monili che si regalano ai compleanni.
Scrivevo con certezza brutale, certo della storia e della possibilità di entrarci quando volevo, creando l’imprevisto. Uscii di casa all’una, giungendo in fretta davanti allo snack bar, già pieno di impiegati in pausa pranzo. Cercai fra i tavoli esterni la figura di Monica  e mentre mi apprestavo a sbirciare nell’interno sentii un pizzico sul dorso della mano e mi voltai, trovandomela davanti.
“Ho voluto che ne azzeccassi almeno una.” lei disse, ridendo.
“Mettiamola così. Ti offro un caffè?”
“Già preso. Dinne un’altra.”
“Un amaro.”
“Non bevo alcoolici.”
“E fai bene. Quelli in commercio sono nocivi. A casa però ho un liquore alle rose, fatto da mia zia. Vieni a berne un goccio, ora?”
“E andiamo. – lei disse – Voglio vedere che altro inventerai.”
Nell’androne il vecchio portiere la guardò a lungo e in ascensore lei scaricò l’ansia canticchiando fra sé un motivetto in voga. In casa, a metà corridoio, lei che camminava davanti si voltò, io le toccai una mano per saggiare il momento e lei mi appoggiò l’altra sul petto, troppo debolmente per volermi davvero respingere. Così l’abbracciai, appoggiandola al muro e assaporando la sua saliva, che presto prese il gusto del suo rossetto alla vaniglia. Cominciammo ad accarezzarci e all’improvviso lei mi respinse, guardando l’orologio che aveva al polso.
“Devo tornare al lavoro.” disse.
“Peccato. L’argomento si faceva interessante.”
“Se hai pazienza fino a stasera…”
“Passo a prenderti dove?” chiesi.
Invece di rispondermi frugò nella borsetta, traendone un biglietto da visita che mi porse.
“Ti aspetto alle nove. Per l’intanto scrivi il seguito della storia che hai immaginato su di me.” disse, già sulla porta di casa.
Scrissi davvero lo sviluppo degli eventi, fitto come i palazzoni squallidi di viale Marconi e immaginai il suo mini appartamento fra altri cubicoli rumorosi, con la puzza di soffritto nelle scale, le urla storpiate delle massaie sui grugniti dei mariti, l’abbaiare schizzato dei cani da salotto sull’andamento delle esistenze, fallito e incastonato nel cemento.
Verso sera indossai un paio di jeans e una camicia pulita, presi la macchina e mi avviai, passando senza accorgermene da una guida tranquilla a un procedere frenetico, man mano che le strade periferiche si riempivano di macchine e i quartieri si rabbuiavano nella densità edilizia e nell’assetto sommario delle vetrine dei negozi. Trovai il portone di Monica e suonai al citofono e quando lei rispose dissi il mio nome.
“Lamberto chi?” lei disse, per provocarmi.
“A Lamberto verrà aperto.” io dissi, accettando lo stupidario di quei preliminari.
La trovai vestita a truccata di tutto punto, quasi volesse propormi una cena fuori, tanto per tergiversare, invece mi condusse in un tinello arredato con mobili laccati di rosso, come una casa di Barbie. Su un tavolo da Chinatown, coperto da una tovaglia viola, quasi fossimo in quaresima, Monica aveva approntato una cena presa dal rosticciere e io capii di essere arrivato alla sorgente della scia di frittura che permeava il condominio. Eppure quel contesto pacchiano sembrava acuire la mia eccitazione, tanto che le cinsi la vita, cercando di rovesciarla su un divano. Lei si lasciò baciare, ma pian piano fece resistenza, spingendomi con delicata fermezza un ginocchio sui genitali.
“Ma dai, sta un po’ buono, guarda che cenetta ti ho preparato. Ma forse tu hai un altro tipo di digiuno.” disse.
“Se anche fosse, tornerebbe a tuo vantaggio.” risposi, sedendomi davanti a un piatto di cannelloni che non avrei mangiato nemmeno sotto tortura. Per farmi coraggio bevvi un sorso di lambrusco, sulla scia del quale quella mistura di carne dai dubbi natali, affogata nel sugo oleoso, si fece strada in qualche modo. Guardavo lei che mantecava i suoi bocconi col rossetto recuperato a strascico, con rapidi colpi di lingua,  e pensai a un film di Tarantino, con l’irruzione improvvisa del suo ragazzo, di certo Fabio e indubitabilmente carrozziere, che sparava per gelosia a tutti e due, provocando un’indecifrabile poltiglia di sangue, olio, pomodoro, rossetto cipriato e schegge di plastica laccata di rosso. Eppure quella terribile situazione di disgusto non mi smontò, anche quando Monica, spinta da un impulso affettuoso, tranciò un pezzo di cannellone dal suo piatto e mi imboccò con la sua forchetta. Ci bevvi sopra dell’altro Lambrusco e ruppi gli indugi, abbracciandola e attirandola verso il divano, mentre le sue ritrosie si spegnevano. Le avevo già sfilato la camicetta quando il telefono squillò, confuso fra i dialoghi reali e televisivi che ci circondavano, non trattenuti dalle membrane spacciate per tramezzi. Benché io la invitassi a desistere, lei andò a rispondere, guardandomi mentre ascoltava, come se io fossi il destinatario della chiamata. La solfa durò un paio di minuti, poi lei attaccò, senza un saluto.
“Era Jessica, un’amica.” disse, col tono grave di una sentenza.
“Ci doveva essere per forza una Jessica, in questa storia.” osservai.
“Guarda che è una cosa seria. Lei è qui sotto, insieme al mio ex ragazzo. Lui dice che vuole chiarire con me.”
“Non metterci molto.” io dissi.
“Tu scendi con me.”
“Che avrei da spartire con Fabio, il tuo ex?”
“Guarda che si chiama Mirko.”
“Già, Mirko rende meglio l’idea. Fa il carrozziere?” chiesi.
“Tu come lo sai?”
“Lasciamene indovinare una. In fondo è la prima, da stamattina.”
“Tu mi devi aiutare, Lamberto. Io l’ho lasciato ieri, mettendogli la scusa che mi sono presa per un altro. Se ti vede pensa che sia tu e si mette il cuore in pace.”
“Ti va di scherzare, Monica?”
“Guarda che Mirko è un tipo tranquillo.”
In quell’istante suonò il citofono e la voce di Jessica gracchiò dall’auricolare sfasato una sequela di parole cantilenanti e indecifrabili.
“Dice Jessica che Mirko se ne è andato. Lei gli ha spiegato la situazione e lui le ha detto di riferirci che ci aspetta tutti e due, fra una mezzora, al Cristal bar, giù all’angolo dello stradone.” lei disse.
Prima che io replicassi mi venne vicino, infilandomi una mano sotto la cinta dei pantaloni, per muovere la mia carne mentre mi baciava. Il piacere fu estremo e insolito, come un’arroganza aggressiva che mi calasse nel corpo e negli intenti, caricandomi di una sorta di onnipotenza astratta, la consapevolezza di riuscire invitto dovunque, anche da quel Cristal bar che non prometteva niente di decoroso. Facemmo l’amore in fretta, come due disperati, ma nemmeno alla fine la mia eccitazione aggressiva si placò e quando scendemmo in strada, abbracciati, mi guardai intorno cercando un pretesto, un lampo che mi accendesse di luce malfamata e di tracotanza. Alzai gli occhi al cielo di cemento, come a cercare la luce introvabile dell’innesco di quella storia che ora si stava scrivendo per suo conto, rendendomi personaggio, forse nemmeno principale, un comprimario destinato ad uscire di scena sulla porta del Cristal bar. Entrammo in macchina e partii sgassando, come l’ultimo dei coatti, mentre lei mi teneva una mano sul petto, scostando i lembi della camicia aperta. Fosse restata in silenzio per tutto il viale non avrei capito che era lei, ora, che stava creando senza nemmeno scriverlo il finale degli eventi. Invece volle strafare, strafatta di soap operas e di romanzi Harmony.
“Sei il mio eroe.” disse, e l’impatto della frase mi svegliò come uno schiaffo da un’anestesia totale.
“Allora voglio battermi con le tue insegne.” risposi, rallentando di colpo l’andatura dell’auto.
“In che senso, amore?”
“Legami attorno al braccio la tua sciarpa di seta, come facevano le dame coi loro cavalieri, nel medioevo.” dissi.
Lei non se lo fece ripetere e io le detti altri cento metri di illusione, prima di accostare la macchina, facendo la faccia basita dell’automobilista in panne.
“Che succede?” lei disse.
“Mi sa che ho forato, Fa il piacere, scendi un attimo a controllare le gomme posteriori.”
Lasciai che arrivasse dietro la macchina, picchiettando l’asfalto coi suoi trampoli, poi ripartii di scatto, guardando nello specchietto il suo stupore folgorato.
Prima di sparire dalla sua vista mi slacciai dal braccio la sciarpa, lasciandola andare nel breve volo di un turbine d’aria, che la distese sul cofano di un cassonetto, come una storia scritta male ma vissuta tutta d’un fiato.

 

 

 

 

 

 

 

Palle natalizie

Avviso ai naviganti

Mi scuso con tutti voi per la scarsa frequentazione dei vostri blog. A parte i pressanti impegni, ho noie alla mia adsl, lentissima. Pensate che soltanto per aprire un paio di blog e leggerne i contenuti l’ultima volta che sono stato qui ci ho messo mezzora.
Vi ho tutti nel cuore e nella mente, anche se non sono troppo presente tra di voi.

 

                                                Palle natalizie

 Il vischio, rassicurante, pendeva sotto la porta, la lunga tavola era apparecchiata di rosso, coi fregi d’oro, le posate buone, i bicchieri di cristallo, le insalatiere piene di cocktails e i primi antipasti, che facevano fronte alle ansie fameliche. Tutti erano pronti a fare la propria parte, con saggezza felice e briosa comunicativa, anche se gli unici che la facessero con credibile innocenza erano i bambini, che ronzavano attorno ai pacchi colorati, sotto l’albero, immaginando le prossime meraviglie dei loro giochi.
Presi alle spalle mia moglie, isolata a badare alle salse, le cinsi i fianchi con le braccia e le mormorai all’orecchio: “Milady vuole parlarmi. Mi sta aspettando in salotto, di sopra.”
Lei si voltò, con quel sorriso di stupore e diffidenza che preludeva a una battuta delle sue.
“Strano. – disse – Neanche tu fossi D’Artagnan.”
Risposi alla sua battuta con un ghigno di infantile soddisfazione, abbracciandola ed baciandola sul collo.
“Devo preoccuparmi?” lei chiese, stando al gioco.
“Delle mie orecchie sì. Quanto al resto, non sono ancora riuscito a sfilarti la chiave della mia cintura di castità e farne una copia.”
Lei soffocò sul petto la migliore delle sue risate, quella che suonava come il nostro canto, segreto e inarrestabile.
Salii le scale e trovai Milady già seduta nel piccolo salotto, accanto a una libreria superflua, piena di ninnoli e di libri di cucina. Appena mi sedetti lei abbassò gli occhi, come l’attore che cerca di isolarsi per mostrare al pubblico, all’improvviso, l’esclusiva valenza del suo dramma interiore. Naturalmente ero già stupito per mio conto, davanti alla diversità di quella sceneggiata, che negli anni precedenti, e sempre in occasioni natalizie o festive, ci aveva propinato liti clamorose col marito, improperi irriferibili, punizioni ingiustificate ai loro figli, con l’immancabile pianto finale, consolato a turno dai vari parenti.
“Eccoci qui.” dissi, tanto per tagliar corto.
Lei alzò gli occhi lamentosi e inconsolabili, dicendomi: “Sto per lasciare mio marito.”
“E’ una decisione grave.”
“Che altro posso fare?” lei disse, guardando oltre la mia postazione, nelle lontananze dell’ignoto.
“Mi stai chiedendo un consiglio?”
“Sì, ovviamente sì. Anche se….”
“Anche se?”
“Nulla. Forse è tardi per tutto.”
Io pensai all’improvviso, con terrore, a quella frase di Flaubert “Bovary c’est moi”, nel significato post-moderno. Più che l’immedesimarsi del romanziere nel personaggio amato era ormai lo stesso personaggio che, incarnato, si scriveva da solo la sua storia. Era la morte del romanzo, ovvero il trionfo della vita in diretta. Avrei potuto riprendere Milady con una telecamera e spedire la cassetta a una qualunque rete televisiva. Purtroppo io ero io, ed ero lì, a scontare il natale in casa sua, come ogni anno.
“Un matrimonio non si rompe così, senza rifletterci bene. Avete due figli ancora piccoli che ne soffrirebbero per sempre. Provate a parlarne, fra voi due, o magari facendovi aiutare da uno psicologo.”
“Oh, è inutile.” lei rispose, sospirando.
“Pensate a quando eravate felici, ai primi anni, a quell’intesa fisica e affettiva che pure vi ha legato.” insistevo, sempre cercando, invano, di guardarla negli occhi.
“Quale intesa? Quale intesa?” lei esclamò, strozzando le ultime sillabe, come nel  finale di una romanza lirica.
“Diamine, siete stati fidanzati dieci anni, mi pare. Ci saranno pure stati dei momenti iniziali di intimità passionale…..” dissi, guardando altrove io, una volta tanto.
Lei, sorridendo a se stessa con disincanto, rispose: “Ogni volta che lui mi chiedeva di appartarci io provavo un senso di paura.”
“E allora perché lo hai sposato?” chiesi, con un tono che tradiva stupore e fastidio.
“Per uscire dalla casa dei miei. Per evadere, vivendo la mia vita.”
Non era in piedi e non c’erano tende a cui attaccarsi per staccare tutto crollando a terra svenuta, fra i panneggi.
“Io credo che tu debba riflettere, pensando bene a ciò che stai per fare.” dissi, mentre lei scuoteva la testa con desolazione, nell’inutilità del tutto. Fu a quel punto che capii che, più che un consigliere, lei voleva che io fossi la cassa di risonanza della commedia del suo dramma. Occorreva una frase di uscita e la dissi, senza sforzarmi troppo.
“Viviti fino in fondo, fino a che lo potrai, questa situazione. I nostri consigli sono un nulla, dinnanzi alla sacralità delle tue decisioni.”
Era tempo di scendere verso il natale, mai sereno come quell’anno. Milady e suo marito, che nel frattempo aveva attinto per bene alle vaschette dei cocktails, si baciarono con passione sotto il vischio, scherzando come due innamorati e scambiandosi regali importanti. Del resto vissero insieme ancora  per un po’, lui permeandosi di vini e liquori, lei prosciugandogli l’animo e l’amor proprio, come due perfetti vasi comunicanti.

 

 

 

 

 

 

 

Anti Poème

                                     Anti Poème

Le andai incontro raggiante, coi biglietti del pulmann in tasca, ed eravamo davanti al cancello dei giardini del Quirinale, dove c’eravamo baciati la prima volta. Rossana aveva un top color carta da zucchero sui jeans stretti, le scarpe di vernice azzurra e le labbra improntate a un sorriso incompleto. Avrei intuito qualcosa, se avessi potuto guardarla negli occhi, protetti per la prima volta dagli occhiali da sole. L’abbracciai come sempre, mantenendola stretta nel breve tratto che percorremmo verso la nostra panchina, già fra gli alberi e i cespugli fitti. Soltanto là si tolse gli occhiali e mi guardò, come se oltre me ci fosse, a poca distanza, un altro me stesso che poteva intenderla, mentre io rimanevo ad aspettare che lei e quel lui oltre me mi dicessero l’inaudita verità. La sua titubanza fu più breve delle mie illazioni.
“Io non posso partire con te, Augusto.” disse, facendomi una carezza in modo caritatevole, più che passionale.
Il mio stupefatto silenzio era prevedibile e così aggiunse subito quanto doveva, affinché io capissi per bene.
“Ho quasi l’impressione che tu voglia condurmi al paese dei tuoi per mettermi in mostra, come se fossimo ufficialmente fidanzati. Sai come la penso, in proposito.”
“E cosa siamo, invece?” riuscii a chiedere con un filo di voce, senza sarcasmo e senza disperazione.
“Lo sai. Ci vogliamo bene, anche se siamo diversi. Oltretutto viviamo in due città distanti parecchie centinaia di chilometri.”
Fu allora che tutto l’apparato mentale che quanto a lei mi ero costruito per mesi implose, e benché ne sentissi dentro la catastrofe, pure ebbi la netta sensazione che le schegge fuoriuscissero, spargendosi intorno a me, come scaglie di vetro sfavillanti, in ognuna delle quali potevano specchiarsi tutti gli aspetti della mia ridicola identità. Fra le scorie brillavano di enfasi autoriferita e pacchiana i versi disarticolati delle poesie che le avevo dedicato e quantunque tentassi con la volontà di cancellarli pure percuotevano la mia memoria i più infantili fra loro, come quelli che componevano la poesia che le avevo scritto a natale, quando non era potuta scendere a Roma per il ricovero, che ora intuivo inventato, di sua madre.

                            Il natale dovrebbe stare scomodo
                            in tutti tranne te, ora che cedi
                           tua madre alle astanterie…..

Fino a cinque minuti prima quella paccottiglia che ora mi faceva ribrezzo mi era sembrata una lirica toccante, ma tutto il resto, tutto lo scritto e il pensato per lei presero a turbinarmi negli occhi, come frammenti volatili di carta bruciata.
Rossana mi guardava, sorpresa dal mio silenzio, e quando mosse ancora una volta la mano verso una carezza più tenera io sentii il desiderio  formidabile di gridare “Perché?”, poi di piangere, infine di alzarmi e battere forte i piedi sulla ghiaia, come i bambini quando arrivano al colmo della disperata impossibilità. Restai invece impassibile, mentre il me stesso al quale lei aveva rivolto le prime parole mi entrava dentro, scalzando lo spirito infantile del poeta minore.
“Questo è quanto.” lei ribadì seccamente, quasi stizzita, spiazzata.
Si aspettava certamente una reazione esagerata, straziante, per chetare i suoi sensi di colpa e chiudere in fretta la storia.
“Diciamo che questo è abbastanza. – io dissi – Nel tutto, però, mi sorprende la tua accusa di volerti mettere in mostra, portandoti lassù al paese, come se io ti avessi parlato di chi ci vive, e non delle querce disseminate nei prati, degli sfondi azzurrini dei declivi più lontani, della testura rugosa delle massicciate, dei letti d’erba medica in cui sprofondare insieme, al tramonto.”
Rossana sorrise vagamente, quasi tentata dalle nostre passate consonanze, poi scosse la testa lievemente e guardandomi continuò a negare passato e futuro.
“Hai ragione, scusami, ma devi avere pazienza. Ci vuole tempo a disintossicarsi dalla poesia. Mettiamola in questo modo: io ora me ne vado a casa, poi domani, prima di partire da solo, mi farò rimborsare il prezzo del biglietto, tanto per non perdere nulla.” dissi.
Mi alzai camminando lentamente sulla ghiaia, senza voltarmi.
L’indomani, all’ora della partenza, la trovai sulla porta della biglietteria. Non mostrò un’immediata tenerezza, né io lasciai trapelare l’orgoglio per averla piegata, che del resto non provavo. Forse aveva deciso di partire per studiare il mio mutamento, poiché in fondo tutto il nuovo e l’insolito l’intrigavano, come il sorriso del celerino che s’era trovato di fronte alla manifestazione e che a suo dire l’aveva salvata dalla carica, spingendola dentro un portone poco rudemente e chiedendole il numero del telefono. Ne parlava  con un compiacimento trattenuto, dimenticando il contesto, le sue idee e quelle della guardia, come se tutto l’universo dei padroni e dei loro sgherri, della fame e dei soprusi decadesse davanti al romanticismo da Liala.
Prendemmo posto sui sedili di fondo e per tutto il viaggio mi riempì di effusioni, alle quali mi lasciavo andare fino all’ultimo secondo, tramutando a forza l’eccitazione e l’amore nell’amarezza del dubbio, che non riguardava più lei ma il me stesso di prima, sfrattato dentro i giardini del Quirinale dall’altro me stesso, in una sorta di possessione diabolica che aveva la magica capacità di rovesciare in fredda diffidenza ogni debolezza.
“A cosa pensi?” lei chiese a un tratto, mettendomi una mano sul petto, sotto la camicia.
“Alla prosa. Ti confesso che la poesia mi ha vagamente nauseato.”
“Potresti iniziare col racconto di questo viaggio.” osservò, ridendo.
I suoi occhi verdi brillavano di smeraldo, al riverbero del sole che ci affiancava dall’alto, sui finestrini, sulla forra che improvvisamente si allargò nell’ultima curva, nella valle coronata dalle mie montagne.
“Può essere che ne scriva, ma fra qualche anno. La vita bisogna viverla e magari lasciarla decantare, affinché le scorie si depositino sul fondo.”
All’arrivo, inaspettatamente, trovammo mio zio Giulio, che senza perdersi in chiacchiere ci fece salire armi e bagagli sulla macchina del genero, invitandoci al pranzo per il battesimo della nipote. Temetti che Rossana si adombrasse per quell’invadenza, invece lei mostrò una divertita partecipazione, mentre le spiegavo la rete delle mie parentele. Mio zio del resto aveva una parlantina urbanizzata e una maniera elegante e sobria di ascoltare chiunque.
Al ristorante, nella tradizionale tavolata a forma di ferro di cavallo, mio zio ci sistemò al suo fianco. Rossana, che era alla mia sinistra, si trovò di fronte un ragazzo più grande di noi, chissà per quale intreccio di parentele invitato al battesimo. Si chiamava Bruno ed era un tipo aitante e nullafacente, un bruciafemmine con la risata secca da iena. Sapeva che non lo sopportavo e proprio per questo, intuita la situazione, attaccò a parlare con lei del tutto e del niente. Ebbi la netta sensazione che la gelosia e il panico che tentavano di risalire dal fondo delle mie viscere venissero soffocati da quel nuovo me stesso che mi dominava. Presi a parlare con mio zio del raccolto e della vita lassù al paese, sorvolato dalle risate di Rossana alle battute melense di Bruno. Nel guardarli, di tanto in tanto, mi accorsi che lui tirava troppo in su col naso e più spesso se lo toccava, come ad accertarsi che ci fosse ancora. Ebbi un’intuizione maligna e quando lui si alzò per andare in bagno trovai la scusa di salutare un parente all’altro capo del tavolo e mi alzai. Avevo in tasca la mia piccola macchina per foto digitali e non mi trattenni più di un minuto col cugino che mi aveva chiamato. La toilette degli uomini aveva soltanto due cubicoli a schiera per il water e uno dei due era chiuso e occupato. Entrai nell’altro senza fare troppo rumore e cautamente salii sul coperchio del water, spingendomi poco a poco, con la digitale già accesa, nel cubicolo confinante. Bruno stava in ginocchio davanti al water, sul coperchio del quale aveva appoggiato un foglio di carta con due piste di cocaina. Lo immortalai col flash al primo tiro, poi saltai con un balzo oltre il muro opposto, guadagnando la porta. Quando uscì, stravolto, io ero già appoggiato alla tavolata e lo guardai ridendo e mostrandogli la digitale. Al tavolo Rossana mi accolse con un sorriso rasserenante.
“Ti piace la festa?” chiesi.
“Moltissimo. Quel tuo amico poi, Bruno, è piuttosto simpatico. Si è offerto perfino di accompagnarci al paese con la sua macchina.”
Feci una smorfia di meraviglia, tanto per darle il contentino. Ovviamente Bruno non tornò al tavolo e alla fine del pranzo ritornammo al paese con la macchina di zio Giulio.
Più tardi, dopo aver sistemato i bagagli nella casa dei miei nonni, scendemmo a fare due passi verso la canonica e i prati con le querce. Mentre camminavo in silenzio, tenendole la mano, mi resi conto che da quando eravamo lì non avevo mai alzato gli occhi verso le montagne, per paura che le mie consuete emozioni di fuga e di nostalgia, di vaghezza e di onnipotenza astratta mi esplodessero dentro e attorno, aggiungendo detriti ai detriti del mio morto slancio poetico. Tenevo lo sguardo sulla concretezza del selciato e finalmente Rossana parlò.
“Cos’hai, Augusto?”
“Cosa dovrei avere?”
“Sembri amareggiato. Pure siamo qui, come volevi.”
“Come avrei voluto.”
“Sei sempre lo stesso. Sempre cupo, negativo.”
“E’ qui che ti sbagli. E’ che non sono più quello che conoscevi, Rossana. Ma tu questo lo hai già capito.”
Lei girò la testa verso i cespugli di nocciole e i rovi, tentata di non dire quello che poi disse.
“Anche Bruno, quel tuo amico simpatico, ti trova diverso, se è per questo.”
“Bruno non è amico mio.”
“Ce l’hai con lui perché mi ha dato chiacchiera o perché gliel’ho data io?” disse, con la voce alterata, cercando di squarciare l’enigma che mi avvolgeva.
“Strano che tu ci abbia parlato così tanto senza accorgerti che tira un po’ troppo su col naso, dottoressa in medicina.” dissi, ridendo.
Lei voltò la testa di scatto e io tirai fuori dalla tasca la digitale, accendendola e mostrandole la foto di Bruno inginocchiato sul water.
“Ti piace il panorama, dottoressa? Gliel’ho scattata quando è andato in bagno. Si stava preparando così a farti le avances decisive, immagino.”
Scoppiò a piangere, come non aveva mai fatto, poi cercò il mio abbraccio e io l’accolsi, senza provare nient’altro che l’eccitazione fisica. Non riuscivo nemmeno a spaventarmi di me stesso e lei alzò gli occhi ai miei occhi, appoggiandomi la faccia al mento.
“”Sì, sei diverso.” disse.
“Come Francis Macomber, nel racconto di Hemingway. Un cacciatore vigliacco che diventa coraggioso e felice, poco prima di morire.” dissi.
“Prendimi. – lei disse, con la voce sorda, graffiata dalla voglia – Prendimi su quel prato, fra l’erba alta, come hai sempre sognato.”
Lasciai che si spogliasse del tutto, poi le andai sopra, odorando i profumi dell’erba e della terra in cui affondava il suo corpo.
I miei ultimi colpi di reni, fra i gemiti e le parole di troppo, spezzarono i restanti endecasillabi della mia platonica vanagloria, e quando alzai gli occhi alle montagne non sfiorai trascendenze, né dolore.

                                                          

 

 

Il tempo dell’uncino

                                       Il tempo dell’uncino

 All’improvviso mostrarono indifferenza, quasi il nostro esistere li attraversasse come un soffio di vento inutile. Nell’incontrarci sviavano di lato, con destrezza, ma non nella maniera decisa con cui si evita un ostacolo improvviso. Sembrava che ci evitassero inconsciamente, come un pensiero impreciso sul quale la mente scivola per caso, trovandosi in un attimo di secondo più oltre. Infine i nostri due mondi paralleli ebbero un impatto imprevisto. Una mattina, nel fondo della platea del Cinestar, fu trovato un vecchio inchiodato al sedile, nella stoffa del suo cappotto. Quando i soccorritori gli tolsero il bavaglio lo sventurato farfugliò che a ridurlo in quel modo era stato un gruppo di giovani che lui aveva redarguito, perché disturbavano con urla e schiamazzi la visione del film. I cronisti della nera descrissero l’evento in poche righe, con un taglio sardonico, come una goliardata. Io invece avevo capito che quello era un segnale, certo non il primo, perché qualcos’altro, di più meschino, atroce e marginale, doveva averlo preceduto. Forse tutto era iniziato con un gatto impiccato al parapetto di un ponte, a dondolare sotto le frequenti sferzate di tramontana che confondevano la morte col gioco. Ma certo l’avvento della barbarie non arriva per caso, semmai scola dalle piccole e consolidate crudeltà. Impiccare un gatto o bastonare due cani che si stanno accoppiando e davvero così diverso dal chiudere canarini in gabbia, continuando a sentirsi persone di animo gentile? I minimi segnali, inavvertiti dai più, confluivano come rivoli in un unico fiume, a spargere la pestilenza. Ripassate le immagini dei libri bruciati, del bagliore degli elmetti, dei capri espiatori colpiti dagli aguzzini, mentre il frustino dell’ufficiale solleva la testa del debole, affinché possa guardare il suo terrore imbelle, la rassegnazione che man mano si abitua ai colpi più profondi, illudendosi che il pezzo di carne viva strappato dallo scudiscio o dal coltello sia l’ultimo, o addirittura convincendosi di aver meritato in qualche modo l’abominio.
Ma la storia non si ripete mai senza varianti. Dopo appena tre giorni, infatti, un giovane residente nel quartiere del Cinestar fu trovato nella sua macchina, legato come un salame al sedile, ad ascoltare forzatamente il peggio della tecno music che usciva a tutto volume dallo stereo. Ai vigili che lo avevano liberato non seppe spiegare quanti e quali lo avevano ridotto così. Io capii che eravamo preparati e attesi con fervore lo sviluppo degli eventi, che toccò dopo una decina di giorni i confini del mio quartiere. In un bar sciatto un anziano signore, cliente abituale, fu invitato con rude cortesia, da una congrega di giovani clienti, a cercarsi un altro posto, perché la sua presenza in quel bar “deprimeva l’allegra vitalità del contesto”. La testuale motivazione, che secondo il giornale era stata pronunciata dal caporione del gruppo, mostrava una sorprendente padronanza del vocabolario e non mi stupì quella coincidenza fra crudeltà e raffinatezza verbale, dal momento che i più squallidi assassini, nei campi di sterminio, si erano commossi ascoltando la musica di Beethoven. Due giorni dopo scattò puntualmente la ritorsione. Le porte di quel bar furono diligentemente murate, nottetempo, intrappolando un gruppo di ragazzi che avevano allestito una bisca clandestina nella cantina del locale. Tra l’espulsione del vecchio e la segregazione forzata dei giovani giocatori d’azzardo c’era un contrappasso geniale che nessuno degli articoli di cronaca evidenziò. Nessuno d’altra parte fece caso al fatto che da quel momento, in tutti gli angoli della città, non si vedessero più muoversi da soli vecchi malfermi e incerti. Anche se solo uno di loro si arrischiava ad uscire di casa, ciabattando sul marciapiede e fermandosi ogni tanto a rimirare con stupore i propri pensieri, sfuocati come la vaghezza dell’orizzonte, subito, sbucati dal nulla, due o tre anziani più aitanti lo attorniavano, e tutti avevano in mano, senza un’apparente necessità, robusti bastoni da passeggio. Fra noi, che eravamo più numerosi dei nostri avversari, sembrava essersi propagata come un’epidemia l’intenzione di ripagare ogni oltraggio ricevuto con più studiata crudeltà.
Quando alcuni di noi cominciarono a sparire fu sufficiente che facessimo sparire lo stesso numero di loro, che essendo in minoranza, si sarebbero avviati in quel modo all’estinzione.
Finché un giorno tornarono ad accorgersi di noi, spiando i nostri dialoghi, come se la nostra esistenza fosse il sospetto di qualcosa che non capivano e che comunque li avrebbe raggiunti. In quell’interregno di animali appostati forse il frullo della riflessione cominciò a solleticare le loro esistenze e gli sguardi fecero fiorire le analogie. Il futuro delle loro mani forti e dell’incarnato perfetto dei loro volti li fronteggiò con le macchie di necrosi sulla pelle delle nostre mani, con le nostre guance avvizzite e cadenti, con la cautela dei nostri gesti, dai quali, come sapevano, riusciva tuttavia a scaturire il guizzo rapido dell’ira e della violenza. Ricambiammo i loro sguardi con paziente supponenza, lasciando sfumare nel sorriso i nostri e i loro delitti, intanto che gli animi riaffrescavano le intenzioni e gli ideali con le parole tornate di moda, liberate dalla gabbia delle tenebre, a svolare inutilmente verso l’avvenire, il grande sfintere alla fine di questo precipizio.

 

 

 

 

 

Salire al padre

 

                                          Salire al padre

Quasi ogni giorno Augusto svoltava quell’angolo della piazza all’inizio del viale, con ostinazione, come per infilare tutte le pieghe del suo tempo nella cruna di un ago, cercando un varco verso suo padre. Fu in un tramonto luminoso di mezzo giugno, nel momento in cui si aprivano le porte dell’estate e le rondini gridavano i loro folli giri, rasentando i palazzi umbertini, che egli fece quella curva con la certezza dell’esito. Non era un sogno, perché i tigli gli alitavano il profumo della realtà e l’angelo alato della vittoria svettava sontuosamente davanti alla breccia fatta dai piemontesi nelle mura aureliane. Augusto alzò gli occhi all’insegna antica, tracciata in bella calligrafia, e senza esitare entrò nel ristorante di suo padre. Guidato dal lucore che veniva dalla sala a sinistra, verso la cassa e la cucina, lo vide lì, seduto al tavolo più vicino al grande frigorifero, con la giacca bianca, il mento appoggiato alla mano sinistra, la premessa di un sorriso, più negli occhi che sulle labbra. In quel momento i due erano coetanei, ma Augusto, che lo aveva desiderato, non ne restò sorpreso. Benché il padre sembrasse quasi estratto da una delle foto che restavano della sua vita, lui che non poteva avere foto di un futuro che gli era stato sottratto, tuttavia riconobbe suo figlio.
“Eccoti qui.” disse, svelando finalmente la serenità della sua espressione.
“Speravo di vederti così.” disse Augusto, sedendosi.
“Sembri un ragazzo sicuro, aperto. – osservò l’altro – Non lo avrei mai creduto….”
“E’ per questo che ti sei lasciato morire, no?” disse Augusto.
La rabbia gli saliva alla bocca aggrappandosi alle parole  e aveva voglia di strattonare e poi di abbracciare l’uomo che aveva di fronte.
“Parliamo di vita, dai.” disse il padre, facendogli una carezza.
Augusto attendeva quel gesto da tanto e sperò si aprisse come una porta sull’infinito e inghiottisse tutto ciò che era e che doveva ancora diventare.
“Parliamo della tua vita, allora. Di quello che ti ha spinto qui, dalla mattina alla sera, a servire tutti, anche chi ha meno soldi di te e si può permettere solo una volta l’anno un grande ristorante.”
Il padre sorrise con una specie di sconforto, scuotendo piano la testa ancora piena di neri capelli.
“Hai studiato, immagino…forse sei addirittura laureato. Come fai a farmi domande del genere?” osservò.
Aveva ragione e Augusto tacque. Aveva detto un’idiozia spinto dall’emozione, poiché sapeva benissimo il motivo per cui un ragazzo che a quindici anni fugge dalla fame e va a fare lo sciacquapiatti nella cucina di un ristorante, alla fine, se ha fegato e spirito di vendetta, ne diventa il padrone.
“Ma non è per chiederti questo che sono qui.” disse Augusto, per non sembrare mortificato troppo a lungo.
“Ah no? Certo, di sbagli ne ho fatti tanti. Basta sparare nel mucchio. Quale delle mie colpe vuoi che ti serva, con l’eleganza di un maitre? Forse l’aver confinato tua madre, subito dopo averla sposata, dentro quella cucina, appena ventenne? Oppure te la vuoi prendere col mancato investimento dei miei guadagni? O magari ti vuoi scagliare contro le mie idee politiche reazionarie?”
Augusto lo guardava parlare, incantato, riconoscendosi nei suoi gesti, specie in quel modo di sollevare la mano da un lato, con una specie di sarcasmo. Ma stavolta fu lui a ridere sommessamente, fissando la bianca tovaglia del tavolo, con rassegnazione.
“Io le chiamerei miserie, papà, o squallore del male di vivere. Con la mamma hai fatto il marito anziano, maschilista, furbo e geloso. Lasciarla a casa, senza far niente, sarebbe stato pericoloso quanto il metterla alla cassa, bella com’era, esposta ai clienti importanti. Coi tuoi soldi, invece di investire qui in città, hai pensato bene di acquistare quegli ettari di terreno, su al paese. Allora sembrava una follia, ma poteva essere un’idea lungimirante. Pensa che qualche anno fa stavano per costruirci delle piste da sci che ci avrebbero arricchito; ma poi tutto è saltato, e comunque ora lì c’è un parco naturale, il che è una gran cosa. Quanto alle tue idee politiche, quasi tutti i bottegai sono reazionari, figurarsi uno come te, fiorito nel ventennio fascista, coi gerarchi fra i clienti.”
“Dunque sei venuto qui per sottrarmi tre colpe dalle mille che devo rimuginare, per sempre.” disse l’uomo, accendendosi una sigaretta Xantia, di forma ovale. Aspirò profondamente, buttando fuori, col fumo, la sazietà del suo presunto potere, la piccola arroganza del pervenuto, non smettendo di apparire bello a suo figlio, che lo immaginò con gli stivali di pelle, la tenuta da caccia, il fucile Krupp sulle spalle, fermo nella piazza del paese, mentre la sua futura sposa passava con gli occhi bassi e lui, per la prima volta, ne pregustava il possesso.
“Tu cosa fai, là fuori?” disse il padre all’improvviso, con apprensione, come se la risposta valesse la vita che non aveva più.
“Che strana domanda. I morti non sanno tutto?”
“Tutta la loro vita, e tutta insieme. Ma non oltre.” disse il padre.
“Sono sposato, ho un lavoro che mi piace, ho due figli, ma nessuno dei due porta il tuo nome.”
“Meglio così. Il mio nome dà sfortuna.”
“Ah, dimenticavo. – aggiunse Augusto – Sono di sinistra, uno di quelli che non perdonano nulla ai fascisti.”
“Specie se sono loro padri.”
Si mise a ridere, con una lenta e copiosa pietà di sé che esondò e sommerse Augusto. E a un tratto, proprio nel momento in cui il figlio se lo aspettava, suo padre cominciò a canticchiare, quasi fra sé, “Verde luna”, una vecchissima canzone di passione, di sangue e di tenerezza. Finalmente Augusto sorrise, proprio mentre l’altro smetteva di colpo la sua nenia, guardando fisso davanti a sé.
“Che altro posso fare per te, figlio?” disse.
“Potresti dirmi il perché. Perché ho tre soli ricordi di te, anzi quasi tre, poiché in uno c’è solo la tua presenza laterale, il tuo inattivo inconcepibile silenzio.” disse Augusto, accalorato.
“Tu avevi cinque anni quando sono morto.”
“Storie. Di quella tua presenza silenziosa ricordo i minimi dettagli. Guardavo in alto, cercando con gli occhi della fantasia la mia prima bicicletta, che la zia, non tu, mi aveva regalato per la befana. L’avevate messa sopra questo grande frigorifero e, mentre lo zio strafottente diceva: “il regalo arriverà dal cielo”, guardando in alto, tu eri lì e tacevi. Eri lì anche quando ci salii sopra per la prima volta e mi guardavi pedalare, da lontano, senza preoccuparti che potessi cadere, senza incoraggiarmi.”
“Ma ce l’hai fatta ugualmente. Anche quando sono morto, dopo meno di due mesi.” disse il padre.
“Sei morto senza abbracciarmi.” ribatté Augusto, a voce bassa, il capo chino sul tavolo, a nascondere le lacrime. Sentì la carezza di suo padre sulla testa e si abbandonò finalmente all’unico perdono possibile, quello delle proprie colpe.
“E’ tempo che tu vada.” disse l’uomo al figlio.
Si alzarono insieme e Augusto, che era più alto, si chinò per abbracciare suo padre e sentì il profumo del suo tabacco e della sua colonia.
“Metti questo abbraccio nei tuoi occhi e guarda i tuoi figli.” disse il padre.
Allora Augusto si voltò e uscì dalla porta della sala più grande, lentamente.
Fuori il mondo aveva fatto la sua parte e tutto era saldamente reale, dai fasti delle mura antiche alle idiozie degli auricolari per i-pod e cellulari. Turisti fotografavano tranci di pizza a taglio in una vetrina,  suonati e volgari come i clacson delle automobili. Ogni cosa seguiva il suo andamento, come se nulla, o tutto, fosse accaduto.