Salire al padre

Quasi ogni giorno Augusto svoltava quell’angolo della piazza all’inizio del viale, con ostinazione, come per infilare tutte le pieghe del suo tempo nella cruna di un ago, cercando un varco verso suo padre. Fu in un tramonto luminoso di mezzo giugno, nel momento in cui si aprivano le porte dell’estate e le rondini gridavano i loro folli giri, rasentando i palazzi umbertini, che egli fece quella curva con la certezza dell’esito. Non era un sogno, perché i tigli gli alitavano il profumo della realtà e l’angelo alato della vittoria svettava sontuosamente davanti alla breccia fatta dai piemontesi nelle mura aureliane. Augusto alzò gli occhi all’insegna antica, tracciata in bella calligrafia, e senza esitare entrò nel ristorante di suo padre. Guidato dal lucore che veniva dalla sala a sinistra, verso la cassa e la cucina, lo vide lì, seduto al tavolo più vicino al grande frigorifero, con la giacca bianca, il mento appoggiato alla mano sinistra, la premessa di un sorriso, più negli occhi che sulle labbra. In quel momento i due erano coetanei, ma Augusto, che lo aveva desiderato, non ne restò sorpreso. Benché il padre sembrasse quasi estratto da una delle foto che restavano della sua vita, lui che non poteva avere foto di un futuro che gli era stato sottratto, tuttavia riconobbe suo figlio.
“Eccoti qui.” disse, svelando finalmente la serenità della sua espressione.
“Speravo di vederti così.” disse Augusto, sedendosi.
“Sembri un ragazzo sicuro, aperto. – osservò l’altro – Non lo avrei mai creduto….”
“E’ per questo che ti sei lasciato morire, no?” disse Augusto.
La rabbia gli saliva alla bocca aggrappandosi alle parole  e aveva voglia di strattonare e poi di abbracciare l’uomo che aveva di fronte.
“Parliamo di vita, dai.” disse il padre, facendogli una carezza.
Augusto attendeva quel gesto da tanto e sperò si aprisse come una porta sull’infinito e inghiottisse tutto ciò che era e che doveva ancora diventare.
“Parliamo della tua vita, allora. Di quello che ti ha spinto qui, dalla mattina alla sera, a servire tutti, anche chi ha meno soldi di te e si può permettere solo una volta l’anno un grande ristorante.”
Il padre sorrise con una specie di sconforto, scuotendo piano la testa ancora piena di neri capelli.
“Hai studiato, immagino…forse sei addirittura laureato. Come fai a farmi domande del genere?” osservò.
Aveva ragione e Augusto tacque. Aveva detto un’idiozia spinto dall’emozione, poiché sapeva benissimo il motivo per cui un ragazzo che a quindici anni fugge dalla fame e va a fare lo sciacquapiatti nella cucina di un ristorante, alla fine, se ha fegato e spirito di vendetta, ne diventa il padrone.
“Ma non è per chiederti questo che sono qui.” disse Augusto, per non sembrare mortificato troppo a lungo.
“Ah no? Certo, di sbagli ne ho fatti tanti. Basta sparare nel mucchio. Quale delle mie colpe vuoi che ti serva, con l’eleganza di un maitre? Forse l’aver confinato tua madre, subito dopo averla sposata, dentro quella cucina, appena ventenne? Oppure te la vuoi prendere col mancato investimento dei miei guadagni? O magari ti vuoi scagliare contro le mie idee politiche reazionarie?”
Augusto lo guardava parlare, incantato, riconoscendosi nei suoi gesti, specie in quel modo di sollevare la mano da un lato, con una specie di sarcasmo. Ma stavolta fu lui a ridere sommessamente, fissando la bianca tovaglia del tavolo, con rassegnazione.
“Io le chiamerei miserie, papà, o squallore del male di vivere. Con la mamma hai fatto il marito anziano, maschilista, furbo e geloso. Lasciarla a casa, senza far niente, sarebbe stato pericoloso quanto il metterla alla cassa, bella com’era, esposta ai clienti importanti. Coi tuoi soldi, invece di investire qui in città, hai pensato bene di acquistare quegli ettari di terreno, su al paese. Allora sembrava una follia, ma poteva essere un’idea lungimirante. Pensa che qualche anno fa stavano per costruirci delle piste da sci che ci avrebbero arricchito; ma poi tutto è saltato, e comunque ora lì c’è un parco naturale, il che è una gran cosa. Quanto alle tue idee politiche, quasi tutti i bottegai sono reazionari, figurarsi uno come te, fiorito nel ventennio fascista, coi gerarchi fra i clienti.”
“Dunque sei venuto qui per sottrarmi tre colpe dalle mille che devo rimuginare, per sempre.” disse l’uomo, accendendosi una sigaretta Xantia, di forma ovale. Aspirò profondamente, buttando fuori, col fumo, la sazietà del suo presunto potere, la piccola arroganza del pervenuto, non smettendo di apparire bello a suo figlio, che lo immaginò con gli stivali di pelle, la tenuta da caccia, il fucile Krupp sulle spalle, fermo nella piazza del paese, mentre la sua futura sposa passava con gli occhi bassi e lui, per la prima volta, ne pregustava il possesso.
“Tu cosa fai, là fuori?” disse il padre all’improvviso, con apprensione, come se la risposta valesse la vita che non aveva più.
“Che strana domanda. I morti non sanno tutto?”
“Tutta la loro vita, e tutta insieme. Ma non oltre.” disse il padre.
“Sono sposato, ho un lavoro che mi piace, ho due figli, ma nessuno dei due porta il tuo nome.”
“Meglio così. Il mio nome dà sfortuna.”
“Ah, dimenticavo. – aggiunse Augusto – Sono di sinistra, uno di quelli che non perdonano nulla ai fascisti.”
“Specie se sono loro padri.”
Si mise a ridere, con una lenta e copiosa pietà di sé che esondò e sommerse Augusto. E a un tratto, proprio nel momento in cui il figlio se lo aspettava, suo padre cominciò a canticchiare, quasi fra sé, “Verde luna”, una vecchissima canzone di passione, di sangue e di tenerezza. Finalmente Augusto sorrise, proprio mentre l’altro smetteva di colpo la sua nenia, guardando fisso davanti a sé.
“Che altro posso fare per te, figlio?” disse.
“Potresti dirmi il perché. Perché ho tre soli ricordi di te, anzi quasi tre, poiché in uno c’è solo la tua presenza laterale, il tuo inattivo inconcepibile silenzio.” disse Augusto, accalorato.
“Tu avevi cinque anni quando sono morto.”
“Storie. Di quella tua presenza silenziosa ricordo i minimi dettagli. Guardavo in alto, cercando con gli occhi della fantasia la mia prima bicicletta, che la zia, non tu, mi aveva regalato per la befana. L’avevate messa sopra questo grande frigorifero e, mentre lo zio strafottente diceva: “il regalo arriverà dal cielo”, guardando in alto, tu eri lì e tacevi. Eri lì anche quando ci salii sopra per la prima volta e mi guardavi pedalare, da lontano, senza preoccuparti che potessi cadere, senza incoraggiarmi.”
“Ma ce l’hai fatta ugualmente. Anche quando sono morto, dopo meno di due mesi.” disse il padre.
“Sei morto senza abbracciarmi.” ribatté Augusto, a voce bassa, il capo chino sul tavolo, a nascondere le lacrime. Sentì la carezza di suo padre sulla testa e si abbandonò finalmente all’unico perdono possibile, quello delle proprie colpe.
“E’ tempo che tu vada.” disse l’uomo al figlio.
Si alzarono insieme e Augusto, che era più alto, si chinò per abbracciare suo padre e sentì il profumo del suo tabacco e della sua colonia.
“Metti questo abbraccio nei tuoi occhi e guarda i tuoi figli.” disse il padre.
Allora Augusto si voltò e uscì dalla porta della sala più grande, lentamente.
Fuori il mondo aveva fatto la sua parte e tutto era saldamente reale, dai fasti delle mura antiche alle idiozie degli auricolari per i-pod e cellulari. Turisti fotografavano tranci di pizza a taglio in una vetrina,  suonati e volgari come i clacson delle automobili. Ogni cosa seguiva il suo andamento, come se nulla, o tutto, fosse accaduto.

 

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