Il tempo dell’uncino

 All’improvviso mostrarono indifferenza, quasi il nostro esistere li attraversasse come un soffio di vento inutile. Nell’incontrarci sviavano di lato, con destrezza, ma non nella maniera decisa con cui si evita un ostacolo improvviso. Sembrava che ci evitassero inconsciamente, come un pensiero impreciso sul quale la mente scivola per caso, trovandosi in un attimo di secondo più oltre. Infine i nostri due mondi paralleli ebbero un impatto imprevisto. Una mattina, nel fondo della platea del Cinestar, fu trovato un vecchio inchiodato al sedile, nella stoffa del suo cappotto. Quando i soccorritori gli tolsero il bavaglio lo sventurato farfugliò che a ridurlo in quel modo era stato un gruppo di giovani che lui aveva redarguito, perché disturbavano con urla e schiamazzi la visione del film. I cronisti della nera descrissero l’evento in poche righe, con un taglio sardonico, come una goliardata. Io invece avevo capito che quello era un segnale, certo non il primo, perché qualcos’altro, di più meschino, atroce e marginale, doveva averlo preceduto. Forse tutto era iniziato con un gatto impiccato al parapetto di un ponte, a dondolare sotto le frequenti sferzate di tramontana che confondevano la morte col gioco. Ma certo l’avvento della barbarie non arriva per caso, semmai scola dalle piccole e consolidate crudeltà. Impiccare un gatto o bastonare due cani che si stanno accoppiando e davvero così diverso dal chiudere canarini in gabbia, continuando a sentirsi persone di animo gentile? I minimi segnali, inavvertiti dai più, confluivano come rivoli in un unico fiume, a spargere la pestilenza. Ripassate le immagini dei libri bruciati, del bagliore degli elmetti, dei capri espiatori colpiti dagli aguzzini, mentre il frustino dell’ufficiale solleva la testa del debole, affinché possa guardare il suo terrore imbelle, la rassegnazione che man mano si abitua ai colpi più profondi, illudendosi che il pezzo di carne viva strappato dallo scudiscio o dal coltello sia l’ultimo, o addirittura convincendosi di aver meritato in qualche modo l’abominio.
Ma la storia non si ripete mai senza varianti. Dopo appena tre giorni, infatti, un giovane residente nel quartiere del Cinestar fu trovato nella sua macchina, legato come un salame al sedile, ad ascoltare forzatamente il peggio della tecno music che usciva a tutto volume dallo stereo. Ai vigili che lo avevano liberato non seppe spiegare quanti e quali lo avevano ridotto così. Io capii che eravamo preparati e attesi con fervore lo sviluppo degli eventi, che toccò dopo una decina di giorni i confini del mio quartiere. In un bar sciatto un anziano signore, cliente abituale, fu invitato con rude cortesia, da una congrega di giovani clienti, a cercarsi un altro posto, perché la sua presenza in quel bar “deprimeva l’allegra vitalità del contesto”. La testuale motivazione, che secondo il giornale era stata pronunciata dal caporione del gruppo, mostrava una sorprendente padronanza del vocabolario e non mi stupì quella coincidenza fra crudeltà e raffinatezza verbale, dal momento che i più squallidi assassini, nei campi di sterminio, si erano commossi ascoltando la musica di Beethoven. Due giorni dopo scattò puntualmente la ritorsione. Le porte di quel bar furono diligentemente murate, nottetempo, intrappolando un gruppo di ragazzi che avevano allestito una bisca clandestina nella cantina del locale. Tra l’espulsione del vecchio e la segregazione forzata dei giovani giocatori d’azzardo c’era un contrappasso geniale che nessuno degli articoli di cronaca evidenziò. Nessuno d’altra parte fece caso al fatto che da quel momento, in tutti gli angoli della città, non si vedessero più muoversi da soli vecchi malfermi e incerti. Anche se solo uno di loro si arrischiava ad uscire di casa, ciabattando sul marciapiede e fermandosi ogni tanto a rimirare con stupore i propri pensieri, sfuocati come la vaghezza dell’orizzonte, subito, sbucati dal nulla, due o tre anziani più aitanti lo attorniavano, e tutti avevano in mano, senza un’apparente necessità, robusti bastoni da passeggio. Fra noi, che eravamo più numerosi dei nostri avversari, sembrava essersi propagata come un’epidemia l’intenzione di ripagare ogni oltraggio ricevuto con più studiata crudeltà.
Quando alcuni di noi cominciarono a sparire fu sufficiente che facessimo sparire lo stesso numero di loro, che essendo in minoranza, si sarebbero avviati in quel modo all’estinzione.
Finché un giorno tornarono ad accorgersi di noi, spiando i nostri dialoghi, come se la nostra esistenza fosse il sospetto di qualcosa che non capivano e che comunque li avrebbe raggiunti. In quell’interregno di animali appostati forse il frullo della riflessione cominciò a solleticare le loro esistenze e gli sguardi fecero fiorire le analogie. Il futuro delle loro mani forti e dell’incarnato perfetto dei loro volti li fronteggiò con le macchie di necrosi sulla pelle delle nostre mani, con le nostre guance avvizzite e cadenti, con la cautela dei nostri gesti, dai quali, come sapevano, riusciva tuttavia a scaturire il guizzo rapido dell’ira e della violenza. Ricambiammo i loro sguardi con paziente supponenza, lasciando sfumare nel sorriso i nostri e i loro delitti, intanto che gli animi riaffrescavano le intenzioni e gli ideali con le parole tornate di moda, liberate dalla gabbia delle tenebre, a svolare inutilmente verso l’avvenire, il grande sfintere alla fine di questo precipizio.

 

 

 

 

 

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