Anti Poème

Le andai incontro raggiante, coi biglietti del pulmann in tasca, ed eravamo davanti al cancello dei giardini del Quirinale, dove c’eravamo baciati la prima volta. Rossana aveva un top color carta da zucchero sui jeans stretti, le scarpe di vernice azzurra e le labbra improntate a un sorriso incompleto. Avrei intuito qualcosa, se avessi potuto guardarla negli occhi, protetti per la prima volta dagli occhiali da sole. L’abbracciai come sempre, mantenendola stretta nel breve tratto che percorremmo verso la nostra panchina, già fra gli alberi e i cespugli fitti. Soltanto là si tolse gli occhiali e mi guardò, come se oltre me ci fosse, a poca distanza, un altro me stesso che poteva intenderla, mentre io rimanevo ad aspettare che lei e quel lui oltre me mi dicessero l’inaudita verità. La sua titubanza fu più breve delle mie illazioni.
“Io non posso partire con te, Augusto.” disse, facendomi una carezza in modo caritatevole, più che passionale.
Il mio stupefatto silenzio era prevedibile e così aggiunse subito quanto doveva, affinché io capissi per bene.
“Ho quasi l’impressione che tu voglia condurmi al paese dei tuoi per mettermi in mostra, come se fossimo ufficialmente fidanzati. Sai come la penso, in proposito.”
“E cosa siamo, invece?” riuscii a chiedere con un filo di voce, senza sarcasmo e senza disperazione.
“Lo sai. Ci vogliamo bene, anche se siamo diversi. Oltretutto viviamo in due città distanti parecchie centinaia di chilometri.”
Fu allora che tutto l’apparato mentale che quanto a lei mi ero costruito per mesi implose, e benché ne sentissi dentro la catastrofe, pure ebbi la netta sensazione che le schegge fuoriuscissero, spargendosi intorno a me, come scaglie di vetro sfavillanti, in ognuna delle quali potevano specchiarsi tutti gli aspetti della mia ridicola identità. Fra le scorie brillavano di enfasi autoriferita e pacchiana i versi disarticolati delle poesie che le avevo dedicato e quantunque tentassi con la volontà di cancellarli pure percuotevano la mia memoria i più infantili fra loro, come quelli che componevano la poesia che le avevo scritto a natale, quando non era potuta scendere a Roma per il ricovero, che ora intuivo inventato, di sua madre.

                            Il natale dovrebbe stare scomodo
                            in tutti tranne te, ora che cedi
                           tua madre alle astanterie…..

Fino a cinque minuti prima quella paccottiglia che ora mi faceva ribrezzo mi era sembrata una lirica toccante, ma tutto il resto, tutto lo scritto e il pensato per lei presero a turbinarmi negli occhi, come frammenti volatili di carta bruciata.
Rossana mi guardava, sorpresa dal mio silenzio, e quando mosse ancora una volta la mano verso una carezza più tenera io sentii il desiderio  formidabile di gridare “Perché?”, poi di piangere, infine di alzarmi e battere forte i piedi sulla ghiaia, come i bambini quando arrivano al colmo della disperata impossibilità. Restai invece impassibile, mentre il me stesso al quale lei aveva rivolto le prime parole mi entrava dentro, scalzando lo spirito infantile del poeta minore.
“Questo è quanto.” lei ribadì seccamente, quasi stizzita, spiazzata.
Si aspettava certamente una reazione esagerata, straziante, per chetare i suoi sensi di colpa e chiudere in fretta la storia.
“Diciamo che questo è abbastanza. – io dissi – Nel tutto, però, mi sorprende la tua accusa di volerti mettere in mostra, portandoti lassù al paese, come se io ti avessi parlato di chi ci vive, e non delle querce disseminate nei prati, degli sfondi azzurrini dei declivi più lontani, della testura rugosa delle massicciate, dei letti d’erba medica in cui sprofondare insieme, al tramonto.”
Rossana sorrise vagamente, quasi tentata dalle nostre passate consonanze, poi scosse la testa lievemente e guardandomi continuò a negare passato e futuro.
“Hai ragione, scusami, ma devi avere pazienza. Ci vuole tempo a disintossicarsi dalla poesia. Mettiamola in questo modo: io ora me ne vado a casa, poi domani, prima di partire da solo, mi farò rimborsare il prezzo del biglietto, tanto per non perdere nulla.” dissi.
Mi alzai camminando lentamente sulla ghiaia, senza voltarmi.
L’indomani, all’ora della partenza, la trovai sulla porta della biglietteria. Non mostrò un’immediata tenerezza, né io lasciai trapelare l’orgoglio per averla piegata, che del resto non provavo. Forse aveva deciso di partire per studiare il mio mutamento, poiché in fondo tutto il nuovo e l’insolito l’intrigavano, come il sorriso del celerino che s’era trovato di fronte alla manifestazione e che a suo dire l’aveva salvata dalla carica, spingendola dentro un portone poco rudemente e chiedendole il numero del telefono. Ne parlava  con un compiacimento trattenuto, dimenticando il contesto, le sue idee e quelle della guardia, come se tutto l’universo dei padroni e dei loro sgherri, della fame e dei soprusi decadesse davanti al romanticismo da Liala.
Prendemmo posto sui sedili di fondo e per tutto il viaggio mi riempì di effusioni, alle quali mi lasciavo andare fino all’ultimo secondo, tramutando a forza l’eccitazione e l’amore nell’amarezza del dubbio, che non riguardava più lei ma il me stesso di prima, sfrattato dentro i giardini del Quirinale dall’altro me stesso, in una sorta di possessione diabolica che aveva la magica capacità di rovesciare in fredda diffidenza ogni debolezza.
“A cosa pensi?” lei chiese a un tratto, mettendomi una mano sul petto, sotto la camicia.
“Alla prosa. Ti confesso che la poesia mi ha vagamente nauseato.”
“Potresti iniziare col racconto di questo viaggio.” osservò, ridendo.
I suoi occhi verdi brillavano di smeraldo, al riverbero del sole che ci affiancava dall’alto, sui finestrini, sulla forra che improvvisamente si allargò nell’ultima curva, nella valle coronata dalle mie montagne.
“Può essere che ne scriva, ma fra qualche anno. La vita bisogna viverla e magari lasciarla decantare, affinché le scorie si depositino sul fondo.”
All’arrivo, inaspettatamente, trovammo mio zio Giulio, che senza perdersi in chiacchiere ci fece salire armi e bagagli sulla macchina del genero, invitandoci al pranzo per il battesimo della nipote. Temetti che Rossana si adombrasse per quell’invadenza, invece lei mostrò una divertita partecipazione, mentre le spiegavo la rete delle mie parentele. Mio zio del resto aveva una parlantina urbanizzata e una maniera elegante e sobria di ascoltare chiunque.
Al ristorante, nella tradizionale tavolata a forma di ferro di cavallo, mio zio ci sistemò al suo fianco. Rossana, che era alla mia sinistra, si trovò di fronte un ragazzo più grande di noi, chissà per quale intreccio di parentele invitato al battesimo. Si chiamava Bruno ed era un tipo aitante e nullafacente, un bruciafemmine con la risata secca da iena. Sapeva che non lo sopportavo e proprio per questo, intuita la situazione, attaccò a parlare con lei del tutto e del niente. Ebbi la netta sensazione che la gelosia e il panico che tentavano di risalire dal fondo delle mie viscere venissero soffocati da quel nuovo me stesso che mi dominava. Presi a parlare con mio zio del raccolto e della vita lassù al paese, sorvolato dalle risate di Rossana alle battute melense di Bruno. Nel guardarli, di tanto in tanto, mi accorsi che lui tirava troppo in su col naso e più spesso se lo toccava, come ad accertarsi che ci fosse ancora. Ebbi un’intuizione maligna e quando lui si alzò per andare in bagno trovai la scusa di salutare un parente all’altro capo del tavolo e mi alzai. Avevo in tasca la mia piccola macchina per foto digitali e non mi trattenni più di un minuto col cugino che mi aveva chiamato. La toilette degli uomini aveva soltanto due cubicoli a schiera per il water e uno dei due era chiuso e occupato. Entrai nell’altro senza fare troppo rumore e cautamente salii sul coperchio del water, spingendomi poco a poco, con la digitale già accesa, nel cubicolo confinante. Bruno stava in ginocchio davanti al water, sul coperchio del quale aveva appoggiato un foglio di carta con due piste di cocaina. Lo immortalai col flash al primo tiro, poi saltai con un balzo oltre il muro opposto, guadagnando la porta. Quando uscì, stravolto, io ero già appoggiato alla tavolata e lo guardai ridendo e mostrandogli la digitale. Al tavolo Rossana mi accolse con un sorriso rasserenante.
“Ti piace la festa?” chiesi.
“Moltissimo. Quel tuo amico poi, Bruno, è piuttosto simpatico. Si è offerto perfino di accompagnarci al paese con la sua macchina.”
Feci una smorfia di meraviglia, tanto per darle il contentino. Ovviamente Bruno non tornò al tavolo e alla fine del pranzo ritornammo al paese con la macchina di zio Giulio.
Più tardi, dopo aver sistemato i bagagli nella casa dei miei nonni, scendemmo a fare due passi verso la canonica e i prati con le querce. Mentre camminavo in silenzio, tenendole la mano, mi resi conto che da quando eravamo lì non avevo mai alzato gli occhi verso le montagne, per paura che le mie consuete emozioni di fuga e di nostalgia, di vaghezza e di onnipotenza astratta mi esplodessero dentro e attorno, aggiungendo detriti ai detriti del mio morto slancio poetico. Tenevo lo sguardo sulla concretezza del selciato e finalmente Rossana parlò.
“Cos’hai, Augusto?”
“Cosa dovrei avere?”
“Sembri amareggiato. Pure siamo qui, come volevi.”
“Come avrei voluto.”
“Sei sempre lo stesso. Sempre cupo, negativo.”
“E’ qui che ti sbagli. E’ che non sono più quello che conoscevi, Rossana. Ma tu questo lo hai già capito.”
Lei girò la testa verso i cespugli di nocciole e i rovi, tentata di non dire quello che poi disse.
“Anche Bruno, quel tuo amico simpatico, ti trova diverso, se è per questo.”
“Bruno non è amico mio.”
“Ce l’hai con lui perché mi ha dato chiacchiera o perché gliel’ho data io?” disse, con la voce alterata, cercando di squarciare l’enigma che mi avvolgeva.
“Strano che tu ci abbia parlato così tanto senza accorgerti che tira un po’ troppo su col naso, dottoressa in medicina.” dissi, ridendo.
Lei voltò la testa di scatto e io tirai fuori dalla tasca la digitale, accendendola e mostrandole la foto di Bruno inginocchiato sul water.
“Ti piace il panorama, dottoressa? Gliel’ho scattata quando è andato in bagno. Si stava preparando così a farti le avances decisive, immagino.”
Scoppiò a piangere, come non aveva mai fatto, poi cercò il mio abbraccio e io l’accolsi, senza provare nient’altro che l’eccitazione fisica. Non riuscivo nemmeno a spaventarmi di me stesso e lei alzò gli occhi ai miei occhi, appoggiandomi la faccia al mento.
“”Sì, sei diverso.” disse.
“Come Francis Macomber, nel racconto di Hemingway. Un cacciatore vigliacco che diventa coraggioso e felice, poco prima di morire.” dissi.
“Prendimi. – lei disse, con la voce sorda, graffiata dalla voglia – Prendimi su quel prato, fra l’erba alta, come hai sempre sognato.”
Lasciai che si spogliasse del tutto, poi le andai sopra, odorando i profumi dell’erba e della terra in cui affondava il suo corpo.
I miei ultimi colpi di reni, fra i gemiti e le parole di troppo, spezzarono i restanti endecasillabi della mia platonica vanagloria, e quando alzai gli occhi alle montagne non sfiorai trascendenze, né dolore.

                                                          

 

 

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