Avviso ai naviganti

Mi scuso con tutti voi per la scarsa frequentazione dei vostri blog. A parte i pressanti impegni, ho noie alla mia adsl, lentissima. Pensate che soltanto per aprire un paio di blog e leggerne i contenuti l’ultima volta che sono stato qui ci ho messo mezzora.
Vi ho tutti nel cuore e nella mente, anche se non sono troppo presente tra di voi.

 

                                                Palle natalizie

 Il vischio, rassicurante, pendeva sotto la porta, la lunga tavola era apparecchiata di rosso, coi fregi d’oro, le posate buone, i bicchieri di cristallo, le insalatiere piene di cocktails e i primi antipasti, che facevano fronte alle ansie fameliche. Tutti erano pronti a fare la propria parte, con saggezza felice e briosa comunicativa, anche se gli unici che la facessero con credibile innocenza erano i bambini, che ronzavano attorno ai pacchi colorati, sotto l’albero, immaginando le prossime meraviglie dei loro giochi.
Presi alle spalle mia moglie, isolata a badare alle salse, le cinsi i fianchi con le braccia e le mormorai all’orecchio: “Milady vuole parlarmi. Mi sta aspettando in salotto, di sopra.”
Lei si voltò, con quel sorriso di stupore e diffidenza che preludeva a una battuta delle sue.
“Strano. – disse – Neanche tu fossi D’Artagnan.”
Risposi alla sua battuta con un ghigno di infantile soddisfazione, abbracciandola ed baciandola sul collo.
“Devo preoccuparmi?” lei chiese, stando al gioco.
“Delle mie orecchie sì. Quanto al resto, non sono ancora riuscito a sfilarti la chiave della mia cintura di castità e farne una copia.”
Lei soffocò sul petto la migliore delle sue risate, quella che suonava come il nostro canto, segreto e inarrestabile.
Salii le scale e trovai Milady già seduta nel piccolo salotto, accanto a una libreria superflua, piena di ninnoli e di libri di cucina. Appena mi sedetti lei abbassò gli occhi, come l’attore che cerca di isolarsi per mostrare al pubblico, all’improvviso, l’esclusiva valenza del suo dramma interiore. Naturalmente ero già stupito per mio conto, davanti alla diversità di quella sceneggiata, che negli anni precedenti, e sempre in occasioni natalizie o festive, ci aveva propinato liti clamorose col marito, improperi irriferibili, punizioni ingiustificate ai loro figli, con l’immancabile pianto finale, consolato a turno dai vari parenti.
“Eccoci qui.” dissi, tanto per tagliar corto.
Lei alzò gli occhi lamentosi e inconsolabili, dicendomi: “Sto per lasciare mio marito.”
“E’ una decisione grave.”
“Che altro posso fare?” lei disse, guardando oltre la mia postazione, nelle lontananze dell’ignoto.
“Mi stai chiedendo un consiglio?”
“Sì, ovviamente sì. Anche se….”
“Anche se?”
“Nulla. Forse è tardi per tutto.”
Io pensai all’improvviso, con terrore, a quella frase di Flaubert “Bovary c’est moi”, nel significato post-moderno. Più che l’immedesimarsi del romanziere nel personaggio amato era ormai lo stesso personaggio che, incarnato, si scriveva da solo la sua storia. Era la morte del romanzo, ovvero il trionfo della vita in diretta. Avrei potuto riprendere Milady con una telecamera e spedire la cassetta a una qualunque rete televisiva. Purtroppo io ero io, ed ero lì, a scontare il natale in casa sua, come ogni anno.
“Un matrimonio non si rompe così, senza rifletterci bene. Avete due figli ancora piccoli che ne soffrirebbero per sempre. Provate a parlarne, fra voi due, o magari facendovi aiutare da uno psicologo.”
“Oh, è inutile.” lei rispose, sospirando.
“Pensate a quando eravate felici, ai primi anni, a quell’intesa fisica e affettiva che pure vi ha legato.” insistevo, sempre cercando, invano, di guardarla negli occhi.
“Quale intesa? Quale intesa?” lei esclamò, strozzando le ultime sillabe, come nel  finale di una romanza lirica.
“Diamine, siete stati fidanzati dieci anni, mi pare. Ci saranno pure stati dei momenti iniziali di intimità passionale…..” dissi, guardando altrove io, una volta tanto.
Lei, sorridendo a se stessa con disincanto, rispose: “Ogni volta che lui mi chiedeva di appartarci io provavo un senso di paura.”
“E allora perché lo hai sposato?” chiesi, con un tono che tradiva stupore e fastidio.
“Per uscire dalla casa dei miei. Per evadere, vivendo la mia vita.”
Non era in piedi e non c’erano tende a cui attaccarsi per staccare tutto crollando a terra svenuta, fra i panneggi.
“Io credo che tu debba riflettere, pensando bene a ciò che stai per fare.” dissi, mentre lei scuoteva la testa con desolazione, nell’inutilità del tutto. Fu a quel punto che capii che, più che un consigliere, lei voleva che io fossi la cassa di risonanza della commedia del suo dramma. Occorreva una frase di uscita e la dissi, senza sforzarmi troppo.
“Viviti fino in fondo, fino a che lo potrai, questa situazione. I nostri consigli sono un nulla, dinnanzi alla sacralità delle tue decisioni.”
Era tempo di scendere verso il natale, mai sereno come quell’anno. Milady e suo marito, che nel frattempo aveva attinto per bene alle vaschette dei cocktails, si baciarono con passione sotto il vischio, scherzando come due innamorati e scambiandosi regali importanti. Del resto vissero insieme ancora  per un po’, lui permeandosi di vini e liquori, lei prosciugandogli l’animo e l’amor proprio, come due perfetti vasi comunicanti.

 

 

 

 

 

 

 

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