Occhi per rivivere

L’aria mi sfuggiva, infilandosi nei vicoli, trattenuta appena dalle piccole limonaie incastonate fra le case basse, dalle luci fioche delle stanze, le cui finestre spalancate tentavano invano di divorarla. L’oscurità fronteggiava il lungomare e quando vi arrivai compresi che il mare era il mio respiro, la tregua al mistero della mia presenza in quel luogo, nel sud del sud, di fronte al desiderio dell’Africa, di spalle al rifiuto della mia vita. Guardai intensamente le vite degli altri, brulicanti sul lungomare arcuato, incalzate da un piglio festoso, come fosse l’inizio di una nuova era, un antico dopoguerra che le induceva a riscoprire gli spazi, i passi, le risate, la libertà delle parole sbagliate o inutili.
Di fronte al mare le case mostravano la sobria eleganza delle porte finestre e nei terrazzi, appena rialzati sulla strada, sedevano nell’ombra i borghesi accorti, ad osservare il passeggio esaltato con distratta indulgenza.
Mi diressi verso la piccola darsena, da cui arrivava una musica riempitiva dell’attesa di una qualche manifestazione e prima che scorgessi il palco, posto al termine della strada, nella zona di collegamento fra il lungomare che stavo percorrendo e quello più ampio che usciva dalla cittadina, vidi sbucare da un vicolo una sorta di Ercole in miniatura, totalmente nudo, a parte gli slip, coi muscoli gonfi di steroidi e cosparsi di olio, per l’imminente esibizione sul palco. Più avanti ne apparvero altri due, ugualmente muscolosi e bassi di statura, preceduti e seguiti da uno stuolo di ammiratori, tenuti a bada dai rispettivi allenatori, che di tanto in tanto ripetevano, qua e là, le unzioni sui corpi, bisbigliando consigli e incitamenti. Sul palco, nel frattempo, la presentatrice illustrava la gara tentando vanamente, nell’eloquio, di sfuggire al dialetto e alla miseria del suo incarico.
Svicolai lungo le mura dell’ultima casa, sottraendomi alla folla che prendeva corpo, diretto al grande lungomare che sembrava lasciato al suo destino di provinciale solitudine. Le forme chiare dell’enorme spiaggia si affacciavano sui bombi cadenzati del mare, visibile nelle bianche creste delle onde, svettanti come avanguardie vessillifere che, sfumando sul bagnasciuga, lasciavano il testimone alle consorelle, a volte più deboli, spesso più alte e ardimentose. Ebbi un fremito, una sorta di brivido cerebrale, il segno di una improvvisa e fatale evenienza e per un attimo cercai di tornare indietro per sfuggirgli.
Fu allora che la vidi, seduta su una panchina di pietra, curva sul proprio mistero vitale che di tanto in tanto, alzando gli occhi, cercava di scagliare lontano da sé, verso l’entroterra, subito incantata dal proprio sguardo o dal nulla che proiettava nelle forme scure delle colline. Percepii una lontana somiglianza, una nostalgia importuna e infelice, derisa dalla mia ragione che riuscì a spingermi oltre, benché una forza misteriosa mi prendesse alle spalle, per trattenermi. Non guadagnai che qualche metro, prima che la sua voce mi giungesse  pronunciando il mio nome, con un’intonazione bilanciata fra l’esclamazione e il dubbio.
“Dorian.”
Appena la guardai, volgendomi, la somiglianza che avevo sospettato si fece più marcata, quasi che nel mettere a fuoco il suo volto ne aggiustassi i lineamenti, il taglio particolare degli occhi, le guance ancora morbide, le rughe impietose ai lati della bocca, le macchie di necrosi sul dorso delle mani.
“Emma?” chiesi, con un filo di voce, nel timore di un assenso che mi arrivò come un pugno allo stomaco.
“Come mai sei qui?” dissi, con un tono di urgenza simile a un’accusa.
“Perché non ti siedi?” lei disse.
Nella dolcezza del suo sguardo c’era uno stupore rassegnato, un’accettazione della fatalità che mi trasmise, e nel guardarla, quasi come facevo un tempo, mi sembrò che il suo volto rifiorisse, che le spalle riacquistassero il nerbo, la deliziosa prepotenza nell’esporre il seno, nel sostenere il collo, prima piegato nella mestizia, ora fiero nella consapevolezza del suo slancio. Forse i segni eccessivi del tempo che avevo creduto di vedere in lei erano stati l’inganno dell’oscurità e mentre me ne rallegravo lei disse: “Ora ho capito perché sei qui.”
“Cosa intendi dire?”
“Due mesi fa, guardando la carta geografica di questa zona, ho scoperto che questa cittadina si chiama Erato. Te lo ricordi questo nome?”
Assentii in silenzio, rabbrividendo.
“Mi chiamavi così. E’ il nome di una delle nife oceanine e mi dicesti che significa “colei che suscita desideri”.”
“Non mi è servito a molto desiderarti.”
“A me piaceva che lo facessi.” lei disse, quasi protestando, più a difendere i miei vecchi slanci che il suo cinismo.
“Troppo comodo. Erano in molti a sbavare per te e tu non ne eri mai sazia.”
“E’ vero. Avrei voluto fermarmi, sottostare ai tuoi occhi, i soli che sapevano guardarmi a quel modo. Ne avevo bisogno e paura.”
“Non è facile crederti.” dissi, volgendo lo sguardo al mare, come a cercare una via di fuga, ora che sentivo io il bisogno di guardarla.
“E tu perché sei qui?” chiese, prendendomi una mano.
“Affari.” dissi, mentendo.
Ero lì per il suo stesso motivo e quel mistero mi infastidiva, come ci infastidisce una scadenza dimenticata che riaffiora dal fondo del tempo.
“Senti, io ho una casa qui, poco distante. C’è un piccolo giardino. Andiamo a sederci là.” disse.
Si alzò tirandomi per la mano e di nuovo, nello slancio, mi parve più giovane, ma certo era per l’euforia dell’incontro e per il desiderio di scoprirne l’enigma.
Traversato il lungomare piegammo a destra verso una casa a un piano, color ocra, che si affacciava su un piccolo giardino separato dalla strada da una staccionata. Varcammo un cancelletto di legno bianco e ci sedemmo nelle poltrona di un gazebo, protetti dai rampicanti.
Quando la guardai, alla luce decisa di una lampada esterna, le mie progressive impressioni divennero certezze e ne ebbi paura, cercando una decisione per fuggire, e più la guardavo più il suo volto riacquistava l’antica giovinezza. Le macchie alle sue mani erano scomparse e le sue dita erano tornate morbide, come le guance di pesca che avevo descritto nelle mie inutili poesie.
Ebbi un sospetto terribile e mi guardai le mani, poi con un impulso improvviso le chiesi il permesso di poter usare il suo bagno e lei mi accompagnò fino alla porta di casa, stringendomi la mano prima che la chiudessi. In bagno accesi la luce e allo specchio mi apparve il me stesso di vent’anni prima. I fili bianchi ai capelli erano scomparsi e la luce degli occhi aveva riacquistato l’infantile cadenza del poeta. Uscii in fretta e la trovai nell’oscurità del disimpegno, pronta ad abbracciarmi e a lasciarsi baciare e accarezzare. Poi mi condusse di nuovo nel gazebo, non prima di aver spento la luce.
“Nell’ombra possiamo essere come eravamo.” disse ridendo, ancora ignara di tutto.
“Ti ho amato molto, ma ho dovuto andarmene per smettere di odiarti.” dissi.
“E’ da allora che ho cominciato a odiare me stessa per averti perduto.”
“Non era destino.”
“Ogni giorno mi mancava il tuo sguardo, come manca l’acqua alla terra che deve fiorire. Sono invecchiata molto più dei miei quarant’anni. Per quanto cercassi, nessun altro poteva sostituirti.”
“Io non ho nemmeno cercato.”
“Quanto tempo ho perso per guardare oltre te.” disse a se stessa, singhiozzando.
“Credi di sapere tutto del tempo?”
“Non me ne importa. Mi basta che tu sia qui.”
“Deve importartene, invece. Devi capire. Anch’io sono qui per aver letto il nome Erato sulla cartina. Ma questo è niente.”
Stavolta fui io a trascinarla in casa e aprendo la luce dell’ingresso ci guardammo nello specchio lungo. Il suo orrore nel volto divenne poco a poco coraggio e i nostri sorrisi accettarono l’incantesimo, con la stessa fermezza con la quale si accetta la sventura.
“E’ il tuo sguardo a farmi rivivere.” disse.
“Ed è il riflesso di questo sguardo, dai tuoi occhi, a far rivivere me.”
“O forse è un’illusione.” lei osservò, abbracciandomi.
“Tutta la vita lo è.”
Di fuori altre illusioni gonfiavano la musica, i muscoli dei culturisti tascabili, le lenzuola stese nelle altane, i giochi arroganti e invincibili dei bambini, sul lungomare.

 

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