Notte di mezza estate

                                     Notte di mezza estate

 Sulla porta della trattoria mi sentii dentro l’euforia soporosa dei prescelti. Ricevevo sensazioni simili dallo sguardo di Renato, perché uno non può mettersi a decantare subito ciò che ha mangiato, o il modo in cui l’ultimo bicchiere di vino frizzante si è diffuso nel palato, come il fiore scoppiettante di un fuoco d’artificio finale.
– Facciamo due passi, disse Renato.
– Infatti c’è una bella luna, io dissi.
Sembrava una periferia discreta, con le case basse colorate di beige e di rosa, gli alberi giovani che filavano diritti verso l’orizzonte, prendendosi appena un quarto dello spazio del marciapiede, che restava abbastanza largo, e pulito.
– Non sapevo di questo posto, disse Renato.
– Una bella sorpresa, no?
– Trovare posti sconosciuti e gradevoli è la tua specialità, lui disse.
– Peccato che Daniele non sia venuto.
– Ha detto che ci avrebbe raggiunto. Se camminiamo un po’, quando ci chiamerà al cellulare avremo digerito abbastanza per fargli compagnia al tavolo, magari prendendo un’altra porzione di dolce.
– Poi c’è questa luna rassicurante, io dissi.
Andammo avanti, affiancando le case che man mano diventavano tutte a un solo piano e arretravano sempre più spesso dalla strada, precedute da giardini soffusi di dignitosa solitudine, sfiorati dal mondo, le volte che passava da lì, per caso. Poi i giardini divennero orti, protetti da barriere di canne secche o da fratte da cui spuntavano come gemme le more già mature e i rami di nocciole, coronate da frange verdi.
– Se ci fosse Daniele andrebbe a prendersi qualche nocciola, anche se non sembrano del tutto mature, io dissi.
– Se gli dicessimo che non sono mature ci andrebbe sicuramente.
– Lui è fatto così.
– Lo spirito della contraddizione.
– Come quando montò sul cofano della tua cinquecento nuova.
– Quella volta mi incazzai per bene, disse Renato.
– Sembravi più stupefatto che incazzato.
Le case intanto si erano rarefatte e alcune si distanziavano dai terreni, serrate in una rudezza autosufficiente, con le aie occupate da attrezzi agricoli e le finestre senza più persiane. Ci eravamo allontanati molto dalla trattoria ma tutto sembrava ancora rassicurante come la nostra vigorosa gioventù, piena di generosità e impudenze sommarie, sfiatatoi dei dubbi, di quel grido muto che cominciava a impastarsi e a crescere come una sentenza dentro ognuno di noi, per poi esplodere nello sguardo, dopo anni e anni, e restarci, fino alla fine della storia.
C’era una fermata d’autobus, venti metri più avanti, poco prima di una traversa che si inoltrava nella campagna, ma quando alzammo gli occhi alla tabella ci accorgemmo di un avviso che annullava la fermata e indicava il capolinea, nella direzione di quella traversa.
– Facciamo una corsa, disse Renato.
– Come no? Tanto per digerire.
Ci mettemmo a correre fianco a fianco, con andatura costante e veloce, e ogni tanto ci guardavamo in faccia per intuire lo sfinimento. Superammo il cartello della fermata, ormai in aperta campagna, ficcando risate di sfida nel fiato corto, che tuttavia sosteneva ancora benissimo i muscoli delle gambe.
– Vado come un treno, dovrai cedere, disse Renato.
– Mollerai tu, piuttosto, dissi io.
Andammo avanti per un altro chilometro, dove non c’erano più luci, anche se la luna piena spargeva il suo generoso chiarore, specie sulle strade bianche, che si aprivano con più frequenza, tentando di rintanarsi nella notte. Vedemmo ombre umane che ci guardavano, sul ciglio della strada o presso gli alberi, e a un certo punto, quando decisi di voltarmi, d’istinto, mi accorsi che un gruppo di persone ci stava inseguendo e benché qualcuna di loro si fermasse dopo un po’, spossata, le altre proseguivano, affiancate da quelli che si erano affacciati sulla strada e che accettavano l’invito all’inseguimento.
– Stavolta finisce male, io dissi.
– Non ci raggiungeranno mai. A meno che tu non sia stanco, disse Renato.
– Io vado alla grande, compare. Però c’è il rischio che quel gruppo che ci sta davanti ci sbarri la strada.
Infatti una decina di figuri si erano disposti in un’unica linea, occupando l’intera carreggiata. Li udimmo sghignazzare e li vedemmo piazzarsi sulle gambe, coi pugni in avanti, poi ci accorgemmo del viottolo sulla sinistra e svoltammo da quella parte, prendendoci sotto braccio e aumentando il ritmo della corsa. Alla prima diramazione, in una strada che scendeva a sinistra, una ragazza col vestito chiaro ci dava le spalle muovendosi piano verso un corso d’acqua, che scintillava la sua freddezza solitaria sotto la luna. Proseguimmo sulla destra e finalmente, quando il ritmo della corsa cominciava a cedere, ci trovammo in una borgata, illuminata dai lampioni e dalle luci delle case, dalle cui finestre aperte qualche sagoma si affacciava sulla chiara nottata. A un tratto il portone enorme di un capannone si aprì, mostrando, nella luce interna, uno strano movimento di animali mastodontici. Solo a due passi dalla porta, spalancata del tutto da un inserviente, dovemmo convincerci che erano cammelli, uniti in cordata e bardati con drappi rossi, sui quali erano stampigliate le insegne di un circo. Chiesi allo stalliere la strada del capolinea dell’autobus e quello mi fece cenno di seguire la carovana, col sorriso che sembrava il viatico di un profeta.
– Sempre verso sud. Nel sud del sud, disse.
Non mi aspettavo che dietro l’ultimo cammello, sul sellino posteriore di una moto Triumph nera, guidata da un uomo olivastro con un basco rosso, mi apparisse Carla. Aveva i capelli molto corti, il trucco vistoso e un giacchino di pelle col collo alto. Mi aveva riconosciuto e sorrideva, in quel modo dolente e vago di chi avverte il dubbio della decisione presa, ma prima che io perforassi con la mia voce l’impasto di sudore e dolore, disprezzo e pietà, lei cinse con le braccia il torace dell’uomo, che dette gas alla moto, facendola scattare lontano, verso la testa della carovana dei cammelli.
– Si era detto che dovevi lasciarla andare, disse la voce di Daniele, alle mie spalle.
Mi voltai e lo guardai per qualche secondo, cercando di capire da dove fosse sbucato. La camicia bianca, aperta sul collo senza catenina, dava risalto alla sua abbronzatura e tutto il suo sorriso veniva dal mare e dalla consapevole serenità degli invitti.
– Non mi aspettavo di trovarla qui, dissi io.
– Lei è fuori della tua vita, Antonio, lui disse.
Io guardai ancora una volta verso la scia della motocicletta e mi sembrò che spargesse le tenebre, o che le trascinasse lontano, verso l’esito che Daniele era venuto a rammentarmi. Fu allora che mi accorsi che Renato non era più fra noi. Lo dissi a Daniele, che scoppiò a ridere, tirando la testa indietro, a sfottere bonariamente la mia sorpresa.
– Lui svicola dai sogni con la stessa eleganza con la quale, nella vita reale, dice “pardon” ai pali a cui va a sbattere, disse Daniele.
– Tu invece ci entri in ritardo. Ti aspettavamo in trattoria, io dissi.
– Sei tu che mi hai evocato adesso, amico mio.
– Allora è così, io dissi, ripigliato dalla malinconia.
– Buongiorno tristezza!, esclamò lui, poi diventò serio, mettendomi una mano sulla spalla.
– Quando ti svegli girati verso la tua compagna, disse.
Quando mi svegliai ero già girato verso Ilde, che dormiva con l’espressione un po’ imbronciata, sotto i riccioli biondi. Le misi una mano sul fianco e lei, senza svegliarsi, mormorò qualcosa, passandomi il braccio attorno al collo e tirandomi a sé.
Allora restai immobile, aspirando il suo perdono, diluito nel profumo, e nell’alba.

 

 

 

 

 

 

 

Lamento d’amor servile

                       

                               Lamento d’amor servile

              Io ero il quieto servo dei tuoi servi,
             comandato agli spurghi vischiosi e ai carichi,
             e rasentando i lontani corridoi, la pronuncia
            del tuo nome mi ha sfiorato, a sboccare
            nelle sale in cui stordito pencolo,
            sorvegliato dal severo spazio.
            Non avevo che corte lietezze, risate
            a scoppio sulle capriole dei cani,
            sberleffi scivolati sulle gobbe
           dei fattori, carezze alle sguattere
           ricambiate dagli schiaffi bagnati
          di scolaticcio. Poi nel mattino di tregua
          ti ho vista regnare tra le ombre del patio
          sulle tue carte, grafici avvolti dai colori,
          ornamenti versati da una morbida
          mano, ed ho subito la bellezza
          del tuo ingegno, difeso dai sobri
          profumi, attento nel seno dominante.
          L’amore ora è un lungo conflitto
          che indurisce l’istinto, mentre scioglie
          strane lacrime, perdute nelle acque
         di sgombero, al suono prosaico delle incombenze.

                         

 

Strade

    

                     

La strada sbagliata pare sempre la più ragionevole.

George Augustus Moore

 

                    L’ascesa       

      Per la ruvida strada risalivo
     alle pianure della meta, avvolto
     dall’afoso dominio del silenzio.
     Fra l’incertezza e l’umiltà dell’ospite
     guizzò svelto un ramarro, sparendo
     nell’istinto spavaldo di un destino.
     Opponevo il sudore ai muri a secco
     e il sorriso ai sospetti di uno sguardo.
     Io nascondevo l’arte e le cadenze
     di un poema sconfitto dal profitto,
     pronto al tempo sofferto e al pane offerto.

  

                                            Tangenziale

                          Si allungano compatte le dimore
                         sul buio sviscerato dei neo-portici
                         imbucati nel male, oltre lo sfascio
                        di luci replicate a schiera
                       sui prati sottoposti ai viadotti
                      che, ginnasti sbilenchi, se ne vengono
                     dal tiburtino malfamato e sfugge
                     lo scafo del borghese e vanno i crocchi
                    dei bucanieri in aliti fumanti,
                   risentito il parlare nelle fistole
                  del tempo che resiste attorno al fato
                 dei condominii sfatti, irrorati
                dalle antenne, nel sonno degli ingiusti.

                       

                                      Prenestino

                      Nei viali depistati il tozzo assistere
                     di palazzi che celano cortili
                    negati come vecchie colpe e pesano
                    sfogati nei richiami che ritentano
                   la corta ascesa del significato.
                  E una congrega di portoni e insegne
                  scadente dietro il passo, regolato
                  sulla deriva del consueto, verso
                 le lontananze dell’alternativa.
                Negli angoli fiutati dagli avanzi
               dell’aria deviata l’ombra evapora,
               ripassano coi pattini sfregiando
              la distesa decenza, rughe solcano
              sfondi di questo istante che ti tiene
             in primo piano ma spietata, attenta
            all’inganno col quale predisponi
            la nostra tresca, parli a lui, procedi
           nel nome della noia e dello shopping.

                                        
 

                  
                    

Legame di sangue

Vado in vacanza per un paio di settimane. Non ho tempo di passare a salutarvi tutti.
Lo faccio qui.
A presto

                                       Legame di sangue

Era la festa del grano raccolto e ogni famiglia, a turno, aveva a tavola paesani e parenti che avevano prestato la loro forza lavoro. Forse nessun altra allegria si avvicina di intensità a quella dei contadini, quando hanno compiuto la parte più importante della loro fatica. Come un’infatuazione magica la festa si diffonde nei loro lineamenti, disegnando forza compiaciuta da una veniale arroganza, mentre i gesti cadenzano l’onnipotenza del bicchiere di vino portato alle labbra e negli occhi lucidi si sciacquano il dolore e la sopportazione.
Ero lì da due mesi ad aiutare zio Marco, dopo che il suo primogenito era emigrato in città, a tentare la fortuna. Angela, l’altra figlia, troppo generosa per andarsene e mettere a frutto il suo diploma, mi sedeva di fronte, in quella tavolata piena di gente, di arrosto, di formaggi e di vino. Zio Marco, abitualmente silenzioso, ora che aveva bevuto un bicchiere in più aveva il piglio del protagonista e sedeva alla mia sinistra, chiedendomi ancora una volta il come e il perché sarei partito da lì l’indomani per un altro mondo, dall’altra parte del mondo, a prendere servizio come funzionario all’ambasciata italiana dell’Avana. Mentre mi riempiva il bicchiere mi sentii come Giuda, anche se era troppo tardi per pentirmene. Scambiavo rapidi sguardi con Angela e proprio in quel momento entrò Patrizio, il suo spasimante, ammesso abitualmente al rito del caffè. Angela gli sorrise debolmente e zio Marco lo salutò con una tranquilla supponenza, come fa ogni padre geloso che si sforza di accettare lo stato delle cose. Zia Anna corse ai ripari, offrendo invano a Patrizio dolci e liquori. Lui non aspettava che il caffè, davanti al quale ripeté con autocompiacimento il gesto di correggerlo con uno schizzo di vino, convinto di destare ammirato stupore per quella sua inclinazione eccentrica. Zio Marco allora toccò per un ennesimo brindisi il mio bicchiere e sorrise come il dio della bellezza, mai come in quel momento somigliante a mia madre, forse perché il suo affetto per me e il dispiacere per la mia partenza si avvicinavano per intensità a quel che avrebbe provato sua sorella, che mi aspettava in città.
Dopo cena scendemmo tutti in piazza, al ballo che avrebbe coronato la festa. Ogni famiglia partecipava con il vino e i dolci fatti in casa, distribuiti fra un valzer e l’altro, suonati dalla fisarmonica di Raniero. Soltanto alla fine Patrizio si sarebbe cimentato allo strumento, suonando qualche ritmo lento ma intanto, mentre io ballavo valzer e mazurke con zia Anna e le sue amiche, più pronte dei mariti a scatenarsi, lui faceva coppia fissa con Angela, che aveva i capelli raccolti dietro la nuca e il sorriso distante dai pensieri, imprigionati nell’ambra dei suoi grandi occhi. Quando mi passava vicino, volteggiando, sentivo il suo profumo di lavanda e abbassavo lo sguardo alla polvere dell’aia, sperando che si sollevasse tutta insieme, facendo sparire nel vortice gli eventi e le relative conseguenze. Mangiai i dolci di ognuno per berci su il passito e tenere l’angoscia a distanza, come faceva Angela col suo cavaliere, poggiandogli la mano sul bicipite per spingerlo indietro, quando la passione lo induceva ad accorciare le distanze. Poi arrivò il momento, ovattato come la ragione di tutti quelli che avevano bevuto troppo, incantato sotto la luna piena che rendeva superflua l’illuminazione dell’aia. Come per caso Angela si trovò al mio fianco e quando Patrizio attaccò a suonare “Perfidia” io aprii le braccia enfaticamente, guardandola con un sorriso cerimonioso e mentre lei accettava l’invito Patrizio mi fece un cenno di consenso, indifeso e ridicolo come l’innocenza degli ignari. Benché evitassi di guardarla sentivo i suoi occhi sul viso, a serrarlo in un esito, a tormentarlo di ansia e furore, allo stesso modo in cui la sua mano mi stringeva il braccio. Mantenevo un sorriso melenso per gli occhi di tutti, canticchiando le parole della canzone, fino al punto che diceva “…
Y tu, quien sabe por dónde andarás , quien sabe que aventuras tendrás…”, che fece muovere dentro i nostri occhi il futuro immediato e inevitabile. Lo declamai con un eccesso di euforia, fomentata dal troppo vino, dicendo a voce alta, perché l’ascolto collettivo sventasse ogni sospetto, “no hay remedio” e del resto, a parte la citazione hemingwayana, era la lingua che dovevo abituarmi a gestire per i prossimi cinque anni. Quando la musica finì inventai un cenno vezzoso della testa per ringraziare Angela, e già una polka riportava la frenesia del ritmo e la presenza di Patrizio, che riprese a spasimare per lei, guidandola nella danza. Salutai tutti e rientrai nella piccola casa in cui dormivo, nella parte alta del paese. Mi sedetti dietro la porta con la testa fra le mani, pensando a tutto ciò che dovevo fare, a quello che più non si poteva e al male che ne sarebbe derivato, spargendosi come un’epidemia, temporanea ma acuta, su tutte le mie vicende.
“No hay remedio” ripetei a voce alta, guardando la pietra nera del camino, la cuccuma desueta, la testa d’africano in coccio che conteneva il veleno per topi, gli escrementi secchi delle mosche sul vetro della finestra. Dopo un’ora sentii i passi prudenti sulle scale, poi il raspare alla porta, che aprii allungando una mano.
“Spegni la luce.” disse Angela, quasi singhiozzando, per la rabbia vergognosa di tutti i sotterfugi praticati, che sfogò cogliendomi già in piedi, con la bocca disperata sul mio collo, a mischiare saliva e lacrime, mentre le mani andavano ai corpi per loro conto, fomentate dai gemiti irrimediabili.
“Non ci penso nemmeno. Ho voglia di guardarti. E’ tutta la sera che lo faccio di sfuggita.”
“Vorrei che domani arrivasse fra un minuto.”
“Pensaci bene.” dissi.
“Ci abbiamo pensato per due mesi.”
“Ma non eravamo a quest’ultimo giorno .”
“Vuoi tornare indietro? Sta zitto e abbracciami.”
“Forse avremmo dovuto dirlo ai tuoi.” dissi.
“Come no? Un bel consiglio di famiglia, come si fa in un salotto di borghesi lungimiranti.”
“E’ qui che ti sbagli. Matrimoni fra cugini carnali sono abbastanza frequenti nella società contadina.”
“Non siamo ancora a questo punto.” lei disse, guardandomi tuttavia con un’espressione compiaciuta.
“Siamo andati ben oltre. La dispensa del vescovo sarebbe a posteriori.”
Lei scoppiò a ridere forte, poi se ne pentì e sopì la risata in un sussulto delle spalle e in una smorfia.
“C’è il vescovo all’Avana?”
“C’è, nonostante il Che.” io dissi.
Stavolta scosse la testa, straniata da altri pensieri, da nuove implicazioni.
 “Ora non dovrò più guardarti di sfuggita e per caso.” dissi con dolcezza.
“Sono felice, Francesco. E ho paura.”
“Hai detto qualcosa a Patrizio?”
“Da quando sei quassù sa che ho per lui solo affetto fraterno, ma non ne sa il perché.”
“Magari si deciderà ad andarsene da qui, dopo.”
Lei mi guardò intensamente, come per cercare altre certezze, che pure il mio cuore faceva risalire ai miei occhi, al respiro, alle mani che la accarezzavano.
“Hai messo in valigia le mie cose e il passaporto?” disse poi, dolcemente.
“Sì. Ho scritto una lettera a tuo padre. Gliela spedirò quando saremo in aeroporto, insieme a quella per mia madre.”
“Insieme alla mia, anche se lui non mi perdonerà.”
“Forse non con la ragione. Sarà il cuore a dirgli che se stai con me non ti perderà mai del tutto.”
“Sono felice e terrorizzata. Mi farai soffrire?”
“E tu?”
“Stupido. Come faremo?”
“Come fanno tutti e come non ha mai fatto nessuno.” dissi.
“Stupido.” lei ripeté in un soffio, mordendomi l’orecchio.
“E’ la seconda volta che lo dici.”
“Significa sempre amore. Amore senza rimedio.”

 

 

L’ignavia è l’anticamera della poesia?

I poeti sono come i bambini: quando siedono a un scrivania non toccano terra coi piedi.
                                                                       Stanilslaw Jerzy Lec

                 

 

                      L’ignavia è l’anticamera della poesia?                 

                       “Per me si va nella scelta perdente.”
                       Non c’era scritto questo sul cassetto
                       quando estrassi i miei versi incautamente.
                       Ed accettai lo slogan maledetto
                       affidando le rime alla congrega
                       che si riuniva in via del Tintoretto.
                       Si leggevano addosso senza piega
                       di disgusto o di plauso quando entrai,
                       come colui che nel suo sputo annega.
                       C’erano sette o otto parolai
                       truccati da creativi, una mignotta
                       incantata dal valium, due uccellai
                       battenti i lungotevere, una dotta
                       strutturalista dei significanti,
                       che di stilemi ci sparò una botta.
                       Mi chiesero “Chi sei? Fatti più avanti
                       e leggici qualcosa senza tema.”
                       Io li trovai piuttosto preoccupanti
                       e pensai mi cogliesse un anatema
                       se titubavo, restando di gesso.
                       E cominciai spargendo la mia crema
                       di strofe varie sopra quel consesso
                       colto da uno stupore dilagante.
                       Mi convincevo declamando e adesso
                       ruminavo metafore e altrettante
                       terzine mi scappavano di bocca,
                       spronate da quell’estro poetante
                       che colma i cuori e coglie qualche gnocca.
                       Ma ecco che s’alzò un gran capelluto
                       e col piglio di “Guai a chi mi tocca!”
                       tuonò una storia, con le mani a imbuto,
                       di P38, lotta lunga e tosta
                       contro il sistema, questo gran cornuto,
                       agitando le mani senza sosta.
                       Qualcuno era rimasto senza fiato,
                        ma la dotta accennò la sua risposta
                        schioccando la linguetta nel palato.
                        Riflettevo in dialetto e con mestizia:
                        “Chi m’ha sciorto, chi mai me cià portato?
                        Ma anvedi tu che scena fa sta tizia!”
                        Il gigante cattivo smise e greve
                        di minacce sedette, con dovizia
                        di gesti delle sue potenti leve.
                        Parlò una bionda dalle flosce tette:
                        “Io credo che ci sia un momento breve
                        di convergenza nelle rime lette,
                        un senso alto di connubio, un fasto
                        di frasi fatte o, più che fatte, dette.”
                        Uno dei due uccellai (di retro guasto)
                        sorse trionfante e disse: “Naturale!
                        Anche Saussure batté su questo tasto:
                        ogni prodotto che sia culturale
                        va ricondotto ormai ad un solo segno.”
                       Più o meno era un concetto, e rese uguale
                        i miei versi smielati al bieco sdegno
                       del capelluto che se l’aspettava.
                        Infatti mi affrontò senza ritegno
                        e m’abbracciò sporcandomi di bava
                        libertaria la giacca di cammello,
                        che nel suo subconscio mi invidiava.
                        Era un segno propizio, ma un duello
                        scoppiò fra un dannunziano e uno slavista
                        amante il verso libero e più bello.
                        Mi colse un deja vu da disfattista,
                        come di un rendez vous condominiale,
                        una babele che il futuro attrista.
                        Poi uno disse: “Io sono Giulio. E quale
                        disincantato astante in noi già vedo
                        un gruppo di tendenza minimale;
                        il linguaggio poetico in cui credo
                        deve restare semplice ed in basso,
                        come un odore solito, un arredo
                        stinto che dia certezza e poco chiasso.”
                        Un odore aleggiava, questo è certo,
                        un tanfo che colpiva come un sasso
                        la bocca dello stomaco, ma aperto
                        appena un vetro, vi si unì un sentore
                        di broccoli bolliti. Uno sconcerto
                        sconvolse il gruppo e provocò un clamore
                        di voci che pigliavan posizione
                        sulla tesi di Giulio, con furore.
                        “Rima armata!” tuonava il bisteccone
                        irsuto, ma la dotta arcigna oppose:
                        “Verso suadente e privo di tensione”;
                        l’uccellaio maggiore disse: “Rose
                        profumate di sillabe io vorrei,
                        corrose rose assai libidinose.”
                        Su quel subbuglio indegno non saprei
                        dire se d’improvviso o già introdotto
                        piombò uno sciame d’api e punse i rei
                        d’ignavia (me compreso), da un condotto
                        piovvero altri insetti sopra ognuno.
                        Era l’arcano segno di un complotto
                        e tutto quel dolor sciolse il raduno.

 

                                        
        

   
 
 
                 

 

Orebic

                                            Orebic

La spiaggia stretta strisciava immonda, come un serpente ferroso, sotto le alte pareti di terra scavata, trattenuta da spuntoni di roccia. Gente in costume si era deposta senza ritegno davanti a un mare scolorito, che nella risacca rovesciava spurghi di sabbia nera sui corpi distesi sul bagnasciuga. Dall’alto, appoggiati al parapetto, anziani ossuti scrutavano con febbrile e infelice insistenza i corpi più giovani, fiutandone i movimenti, con gli occhi affilati dalla brama. Più che il giorno del giudizio ne sembrava il momento, e toccò a Grazia, che aveva sollevato la testa dal lettino di tela, guardandomi con l’aria annoiata dei suoi ultimi occhi, dichiararlo.
“Questo posto è orribile.” disse.
 Avrei assentito anche se avesse detto il contrario. Mi trascinavo dietro di lei da una settimana, sperando che la corda si spezzasse e mi precipitasse su una qualunque decisione.
Sul pontile, a un chilometro di distanza, approdò l’aliscafo che veniva dall’isola di Korçula, suonando la sua grassa sirena.
“Dobbiamo prendere quello, domani?” lei chiese, fiaccamente.
La sua ignavia, al contrario della mia, aveva almeno avuto l’acuto brillio del tradimento, una scelta faticosa da cui derivava, ora, l’indifferenza del suo languore inattaccabile.
Dissi di sì e fu come se le avessi dato il segnale che dovevamo andarcene, trascinando i nostri corpi in albergo. Forse era la nostra presenza a sbiadire il mare, a diffondere quella miserabile sospensione all’aria, ai colori, agli intenti. Risalimmo gli scalini che portavano alla strada e di sopra, mentre aspettavamo il momento giusto per attraversare, notai uno di quei vecchi osservatori che sputava da dietro sul velo di una giovane musulmana. Non era il primo degli inquietanti segnali che percepivo; qualche giorno prima, in albergo, avevo chiesto una mappa topografica di Belgrado alla concierge e l’impiegato mi aveva guardato male, senza rispondere, nemmeno quando avevo insistito.
In stanza facemmo la doccia a turno e quando Grazia uscì nuda dal bagno non provai alcun desiderio per il suo corpo che due anni prima mi aveva eccitato fino allo spasimo e oltre il ridicolo. Era rimasta una sorta di pietosa tenerezza per me stesso che le proiettavo addosso, raffigurandomi la convinzione che senza la mia soggiogata debolezza lei si sarebbe smarrita nella storia universale degli sconfitti.
A pranzo, nel ristorante dell’albergo, lei prenotò una chiamata telefonica per l’Italia e restò in cabina dieci minuti, mentre io stuzzicavo distrattamente con la forchetta un’insalata di mare. Jelena, una giovane cameriera che parlava benissimo l’italiano e che mi mostrava un’insolita simpatia, mi si avvicinò con premura.
“Non le piace? – chiese – Posso cambiarla con un altra cosa, se crede.”
“Dovrebbe cambiare me con un’altra cosa. Una qualunque” dissi.
Lei mi guardò coi suoi occhi chiari, il volto di un fiore inaspettato nel folto dell’erba, l’indifesa bellezza di una canzone non ancora travolta da stonate vergogne. Somigliava appena a Bridget Fonda; ne ricordava l’eleganza fragile, straniata dalla volgarità circostante.
“Forse lei non dovrebbe stare qui.” disse, togliendo dal tavolo i piatti inutili.
“Ha ragione. Detto senza offesa, questo posto è insopportabile.” risposi.
Jelena prese la bottiglia dell’acqua vuota e la guardò, come se volesse soffiarci dentro un pensiero troppo ardito, poi prese coraggio e mi guardò.
“Ma è ancora più insopportabile il tuo modo di rimanerci.” disse, e subito arrossì per l’eccesso di confidenza.
“E tu perché stai qui?”
“Perché la mia laurea in questo paese serve appena per servire a tavola.” rispose e subito 
 sorrise, allontanandosi, proprio mentre Grazia tornava al tavolo con gli occhi lucidi, a trafiggermi ancora una volta con lo stilo dell’estraneità, a indurmi, ancora una volta, a sbagliare domanda.
“Che vuoi sapere di peggio? Non ti basta ancora?” disse.
“Soltanto per aiutarti…” io dissi, insistendo, fino al fondo dell’ignominia.
“Forse dovresti andartene, più che altro per aiutare te stesso.”
“Per il momento me ne vado in piscina.” risposi, seccamente.
Avevo il costume sotto gli shorts e prima di immergermi lasciai gli indumenti sulla sdraia dove mantenevamo i nostri asciugamani. Entrai nella parte bassa, dove si toccava, scendendo dalla scaletta come un vecchio. L’acqua continuava a farmi paura e dopo attimi di esitazione mi contentai di fare le consuete poche bracciate a dorso, restando dove si toccava, pronto al primo momento di panico a tastare il fondo coi piedi. Nuotando ruotavo le braccia all’indietro con la stessa pervicace indolenza di chi vive alla volta del passato, dando le spalle al flusso dell’esistenza. Nuotare in avanti significava trattenere il respiro, muoversi verso il futuro senza contrastarlo, lasciandosi portare in superficie dalla sua spinta. Con un gesto improvviso ci provai, per annegare appena nell’indecisione, quel tanto che servisse a scuotermi, a lasciarmi andare al movimento, dapprima tenendo la testa fuori e poi, gradualmente, ficcandola sotto a guardare il fondo, mentre nuotavo decisamente nella parte alta, leggero sulla sconfitta che ogni tanto respiravo insieme all’aria, girando appena la testa per sollevare la bocca dal liquido. Scivolavo verso una soluzione e il tocco della mano sul bordo opposto della piscina fu lo schiaffo di un miracolo, l’imprimatur di una rinascita. Feci leva sulle braccia per uscire dalla vasca, grondando acqua e orgoglio, poi restai immobile, come se qualcuno dovesse celebrarmi, proprio nel momento in cui tutti all’interno avevano il muso sul piatto di portata. Stesi l’asciugamano sulla sdraia e mi adagiai, mettendo la faccia al sole e chiudendo gli occhi.
“Per festeggiare ci vuole un mojito.” disse la voce di Jelena.
Era china su di me, col bicchiere in mano e un sorriso nuovo.
“Festeggiare cosa?” dissi con desolazione, come se non mi sentissi, in quel momento, padrone di un’onnipotenza fervida di futuro.
“Bisogna metterci la faccia, per nuotare e per vivere.” rispose.
La guardai per capire chi fosse e da dove venisse, e nel farlo ero già dentro la sua storia e quasi fuori dalla mia.
“Sei troppo sveglia per restare qui.” dissi.
“Infatti domani me ne andrò al nord, al mio paese.”
“Forse l’aria del tuo paese farebbe diventare furbo anche me.”
“Ti è bastato nuotare a quel modo. Se non l’avessi fatto non avrei potuto invitarti a venire con me.” lei disse, ridendo.
“Questa non l’ho capita. Non sono sveglio come te.”
“Vedi, io sono di Primosten, a nord di qui. E’ un paese stupendo, con una pineta fitta a picco sul mare. A un metro dalla riva c’è l’abisso e bisogna nuotarci sopra come se si volasse. Nel bosco ci sono i chioschi dove si cuociono a richiesta cevapcici e raznici e si spilla birra alla spina freschissima. Il vino invece si addice alla sera, davanti a un piatto di pesce, in una qualunque delle trattorie del porto.”
“Che altro mi aspetta, là?”
“Non prevedo mica il futuro. Vieni stasera alle 9 nella stanza di servizio dove dormo, l’ultima a destra dell’ascensore, all’ultimo piano, così potremo leggerne insieme l’introduzione.”
Sparì con la stessa leggerezza con cui era venuta, proprio mentre il maitre si affacciava dalla porta del salone.
Quando entrai in stanza Grazia non si voltò, immobile verso la finestra. Andai in bagno e mentre orinavo guardai il pezzo di carne che avevo davanti e mi venne da ridere malamente, con una specie di borbottio catarroso. Non facevo l’amore da mesi, né sapevo se sarei stato ancora capace di farlo, depistato da quell’ansia improduttiva, da quell’atteggiamento di imbelle pertinenza. Dopo mi stesi sul letto, senza curarmi di ciò che lei faceva o guardava, avvolto in un alone dolente che mi stordì. Era già buio quando lei mi svegliò, scuotendomi il braccio.
“Hai dormito alla grande, Franco.” disse.
“Già.”
 “Io aspetto una telefonata e non ho fame. Scendi pure a cena da solo.”
“Ho altro da fare.” dissi.
Andai in bagno a sciacquarmi, poi indossai una camicia elegante e un pantalone di lino, volgendomi verso il letto senza dire nulla, come se guardassi una foto antica, tenuta in cornice su un tavolo di pregio.
Jelena era appena al di là della sua porta e mi appoggiò le mani sulle spalle, offrendomi la bocca, poi mormorò una parola slava che suonò come un soffio di zucchero e di violino.
“Non dovrei essere così felice.” lei disse, più tardi, passeggiando con le dita della mano sul mio petto.
“Di cosa hai paura?”
“Non di te. Questo paese sta per esplodere.”
“Qualcosa ho intuito.” dissi.
Per un attimo ebbi la visione di un abisso che si aprisse nella terra, davanti a tutto quel mare, anche quello di Primosten.
“Con lei come farai?”
“Quello che avrei dovuto fare da tempo.” risposi.
“Dille di tornarsene in Italia. Al più presto.”
“Credo che non veda l’ora.”
“A Primosten non è ancora arrivato questo puzzo di morte e di odio.” lei disse.
Assecondai il suo abbraccio, senza capire del tutto, lasciando che il desiderio scalzasse ancora per un po’ la ragione.
Tornai in stanza alle due di notte e Grazia era ancora lì, come se non si  fosse mossa per tutto il tempo. Mi buttai sul letto vestito e quando chiusi gli occhi, pensando che anche lei dormisse, avvertii attorno al mio corpo una protettiva vastità, una tregua distesa, alla cui deriva finalmente potevo affidarmi, lasciando che fossero il tempo e il dubbio ad attendermi.
Dal buio Grazia chiese: “Sei stato fuori?”
“Più che altro sono rientrato in me.” risposi.
Dalla strada nacque all’improvviso il ritornello incauto e felice di una canzone italiana, dispiegando una sventata leggerezza sull’attesa.

                                                                                                          

Tre angeli

 

 

 

                  L’angelo del cammino

        Andavo per stranezza e disincanto
       lungo le mura antiche, dove l’edera
      
trama i colori della sua pazienza.
      A tratti il gesto dei bassorilievi
      scolpiva nell’istante la presenza
     di un muto insulto alle estranìe passanti.
     Ma, apparsa la tua forma, mi ha segnato
    la fronte un intoccabile sorriso,
    la tua mano di donna angelo
    apre radure nell’urbano intrico
    e il nostro abbraccio dice un’alta grazia
   agli angoli ed agli archi, all’infinito.

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          L’angelo caduto

 Gli angeli assorbono il colore
locale. Scuri di smog ai crocicchi
fermano la mano già pronta
a impugnare il coltello infelice.
Nei cortili grigi angeli innalzano
desideri del cielo disattesi.
L’angelo degli oceani è caduto
per distogliere Ulisse e il suo stupore
azzurrino si spande sulla tolda.
Ha agli occhi uno squilibrio di dolore
e dolcezza per l’ala spezzata.
Stanco di acque e cieli ora disegna
alberi rigogliosi e consistenze,
ad ondate, di segale nel vento.
Piange le piogge della fioritura
e sogna sfumature per sparire.

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             L’angelo perduto

 Quasi lo scoglio potesse sottrarsi
al suo mare ho provato a sfuggirti,
a negare il tuo abisso e la chiarezza.
Lasciami l’impronta del tuo alito,
tienimi dentro il cuore come un ospite
trascurato, perché io possa seguitare
le tracce del tuo battito e soffrire
di rimando o gioire degli avanzi
della tua trasparenza, farmi orlo
delle tue maniche, ai confini del gesto
poco distante dalla tua carezza,
sperduto nel tuo smarrimento,
eco dolente del tuo nome in fuga,
fruscio d’amore dietro il tuo delirio.

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Non ho amato che Kim Novak

 

             

                               Non ho amato che Kim Novak

 La prima volta che l’ho vista eravamo tutti e due a un concerto di musica di un pianista belloccio che si chiamava Tyrone Power, attento ad esibire in dosi uguali interpretazione e presenza fisica, eseguendo pezzi non troppo virtuosistici, affinché gli spettatori ammirassero il candore dei polsini apprettati e lo sfavillio dei gemelli d’oro, delle scarpe di vernice nera, dei denti allenati a un sorriso da illusionista.
Ero seduto nella fila dietro la sua, in platea, annoiato, fino al momento in cui lei si voltò, regalandomi la deliziosa piega imbronciata del suo sorriso. Durante l’ultimo bis del pinguino sul palco le guardai il collo e i capelli biondo platino, raccolti con un’insolita e sapiente architettura di spille d’argento, a dare l’idea che fossero corti.
Quel vezzo mi colpì, quasi fosse un’incertezza, una disponibilità immediata a sciogliersi i capelli, per generosità o per amore. Quando Tyrone scese dal palco e raccolse l’abbraccio di lei capii che per il momento non li avrebbe sciolti per me.
Furono anni formidabili. Kim lasciò il pianista, stancata dal suo luccichio,  si rifugiò a Brooklyn, in un dancing, a fare l’entraneuse discreta; appena un sorriso ai clienti che le pagavano da bere e nessun contatto fisico, nessuna promessa sbagliata.
Se mi sedevo al tavolo accanto al suo lei mi faceva un  cenno discreto, chiudendo il sorriso con una smorfietta simpatica, una forma di pudore che pochi altri capivano.
Sembrava che volesse scusarsi della sua bellezza, o forse ci si era sperduta dentro, senza poter trovare una via d’uscita. L’avesse fatto mi avrebbe trovato lì, pronto ad offrirle una casa luminosa nello State Island, con la vista del “little bridge” dalle vetrate del salone. Ci saremmo appoggiati alla balaustra del terrazzo e lei avrebbe guardato il tramonto con la dedizione incantata di una bambina, mentre io guardavo il suo profilo strepitoso, con quel nasino diritto e le labbra socchiuse e discrete…
Cominciò invece a prendere a cuore la sorte di un poco di buono, un biscazziere eroinomane e fallito che si chiamava Frank e aveva un cognome italiano.
Lo aiutò addirittura a disintossicarsi, chiudendosi con lui in una stanza di infimo ordine, nel Bronx. Lei era fatta così, come una madonna del soccorso, dolce, piena di materna sensualità. Le sue bellissime mani ti accarezzavano lo sguardo e i suoi occhi erano sempre timorosi di incantarti, anche se pronti ad assorbire le tue preoccupazioni.
Sparì dietro Frank, in un tramonto sporco, oscurato dal suicidio di Eleanor, la moglie di Frank, una psicotica che aveva finto per anni di essere paralitica, sperando di farsi amare da un marito che amava soltanto la scimmia dell’eroina.
Andarono a San Francisco, lui a dirigere un locale chiamato “Pal Joey”, lei a ballare sul palco in seconda fila e a fargli gli occhi languidi, senza speranze radiose. Vidi il suo numero di ballo in una serata qualsiasi, ma finalmente apparve lo stacco delizioso delle sue gambe, fino ad allora fasciate da gonne ordinarie, da vecchi impermeabili maschili. Le era sembrato oltraggioso, per tutti quegli anni, mostrare la totalità della sua bellezza. Non voleva stravincere, tutto qui. Qualche altra che aveva soltanto la bellezza nelle gambe, come Angie Dickinson, non faceva che mostrarle, con impudenza ridicola; anche se era in fila a uno sportello bancario, o nello studio d’attesa di un dentista, trovava sempre il modo di strapparsi la gonna, di macchiarsela o di farne restare un lembo impigliato tra le porte automatiche di un ascensore, per restare in mutandine e reggiseno.
Quella sera Kim cantò addirittura “My funny Valentine”, spargendo la sua dolcezza da un’altalena che oscillava sul palco, col languore degli occhi che mi scavava dentro, ad ogni oscillazione, senza che io avessi riparo, senza che ci fosse un rimedio, se non quello di guardarla ed ascoltarla, sezionato dall’amore che disseminava i miei pezzi d’anima nella sala, mescolati ai cotillons, alle strisciate di vernice delle scarpe dei camerieri, alle macchie di sudore e di champagne.
Ancora una volta Frank se la tirò dietro, come un cagnolino, su un altro treno diretto a un’altra città. Per me appena un sorriso, dal finestrino, col bel collo protetto da una sciarpa bianca.
Rividi Kim qualche anno dopo, sulle colline di Hollywood. Era diventata la moglie frustrata di un piccolo borghese e la madre distratta di un tipico little yankee, saputello e destinato ai successi sportivi e scolastici di un college esclusivo. Lei provava ancora un poco di simpatia per me, anche se era diventata la tenera amante di un architetto di successo, un certo Kirk Douglas, un tipo serioso con il taglio di capelli cortissimo, all’eroe del Pacifico. Era la sua ennesima storia sbagliata che finì quando Kirk, per evitare uno scandalo, partì con la moglie per gli stati del nord.
Lei venne a sfogarsi con me, affranta, raggiungendomi nelle ultime file di un cinema di periferia. Le tenni le mani come potevo e per un po’, con educazione.
Da quel giorno non l’ho più rivista. Qualcuno dice che si è gettata da un campanile, per sfuggire al rimorso di aver tradito quello spilungone di James Stewart. Altri giurano di averla vista in giro per gli States, lungo la 66 road, dentro una roulotte scalcinata,  un po’ svampita, coi capelli cotonati, qualche chilo di troppo e qualche impensabile volgarità d’avanzo.
Leggende metropolitane. Io preferisco ricordare il nostro primo Picnic insieme, quando mi apparve seduta sulla barca che la consacrava reginetta della festa, splendente nel suo vestito rosa, di organza. Al calar della notte, sul pontile, l’orchestra attaccò uno swing e lei, con le mani aperte e lo stile un po’ goffo, si impose il ritmo di una danza solitaria, invitando con gli occhi me e William Holden. Però io non conoscevo quel ballo e William, impietosamente, me la soffiò per sempre.
In tutti quegli anni era stata lì, a due passi da me, senza che io riuscissi mai a farle capire del tutto ciò che provavo. Era come se ci fosse stato uno schermo, fra lei e me, la sua bellezza illuminata e il lucore della mia infatuazione, divisi dal buio di una sala.

           

 

Platonico folk

                                         Platonico folk

Ero seduto in piazza, davanti al panorama, quasi al tramonto, quasi alla fine di un’estate di eccessi. Guardando il sole che scoloriva lentamente, obliquo sui boschi ripidi e fitti, sulle pietraie più in quota, mi venne in testa ancora una volta, come un’ossessione, “Changes”, l’unico bellissimo motivo lento dei metallici e rumorosi Black Sabbath. “I am going to changes” diceva il ritornello; sto andando verso i cambiamenti. La lentezza melodica si spandeva nella mia mente, mentre la mia pervicace resistenza nell’essere, nel voltare le spalle al futuro, si lasciava ammaliare dal canto del divenire, che si allargava nella piazza, salendo ai muri a secco delle case, ai tetti rossi, alla campagna che scendeva a valle e risaliva in su, verso gli ultimi raggi del sole. Quell’onesta lentezza del cambiamento, discreta, tranquilla, fu guastata dal sopravvenire del cantante folk, che uscendo da un vicolo si diresse alla mia volta e si fermò a due passi da me e da suo fratello Duilio, che lo aveva accompagnato. Se ne stettero tutti e due in silenzio, come in attesa di una ispirazione, poi il cantante sfoggiò il sorriso di chi la sapeva lunga, nonostante suo fratello continuasse ad evitare il mio sguardo.
“Come va?” chiesi, per saperne di più.
“Va che girano certe voci, su di te….” disse il cantante folk, dando il suono di un sogghigno al suo sorriso.
Al di là delle illazioni che architettava, il cantante folk aveva la certezza di essere nato senza organi genitali. Eppure era un ragazzo attraente, suonava benissimo la sua chitarra folk e piaceva a quasi tutte le ragazze, alle quali, incautamente, dava corda. Succedeva allora che quelle, ignare o consapevoli, per voglia o per perfidia, volevano toccare con mano, e così scoppiava la bagarre, spesso complicata da parenti ed ex-fidanzati delle ragazze. Nei casi migliori toccava a me e a suo fratello Duilio accontentare qualcuna fra le più deluse, ma se andava peggio Duilio, grande e grosso, doveva menar le mani, per preservare l’intoccabile folk-singer.
“Certe voci strane…” insisteva il cantante, mentre io cercavo invano di incrociare lo sguardo di Duilio.
“Si vede che sono diventato popolare.” osservai.
 “Direi popolarissima. – precisò il cantante folk – Popolarissima. Superlativo singolare femminile.”
Lo guardai bene, ammirando istintivamente la sua eccezionale capacità di mascherare la disperazione, menando alla cieca e pretendendo che i più vicini a lui se ne restassero fermi sotto i colpi. Poi pensai: ma tu guarda questo eunuco del cazzo, e subito ne intuii il micidiale gioco di parole, col quale avrei potuto dargli il colpo dell’espada, se non avessi avuto rispetto per la sua menomazione e per suo fratello.
Ma almeno riuscii a ridere pacificamente, sfidandolo con una tale divertita convinzione che ne fu turbato e guardò torvo Duilio, come per invitarlo a cambiare il piano d’azione, a colpire subito, senza aspettare la mia reazione. Quel contorto mentale si era inventato tutta la storia per mettermi contro Duilio e far sì che fosse solo uno del suo sangue, uno con cui poteva identificarsi, a fare l’amore, in sua vece, con le ammiratrici che illudeva.
Mi alzai con calma, andai sotto la sua faccia e dissi:
“Mettiamola così. Se deve succedere, che sia tuo fratello a colpirmi per primo.”
Il cantante folk fu sul punto di scattare, ma Duilio lo prese bruscamente per le spalle.
 “Stavolta te la spicci da solo.” gli disse. Poi si allontanò, girando l’angolo.
Io feci un passo indietro, pronto a parare e a colpire, anche se il cantante sembrava confuso, mentre il sudore cominciava a colargli sulla faccia glabra, da angelo innocuo, scendendo inodore dal suo corpo neutro fino al selciato, senza mondarlo e senza dissetarlo.
Fu allora che, fuori di me, vomitai parole che non mi appartenevano.
“Io vorrei capire come cazzo sei fatto. Ma non ci riuscirei neanche se ti girassi intorno una settimana. Forse è stato un demone a darti la vita, soffiando sulla merda.”
Lui taceva e sudava, ma non bastò né a me né all’onesto lentissimo tramonto.Eppure provavo pietà e stupore, un poco per lui e un poco per me stesso, tanto che nel seguitare cercai di lenire quelle verità che gli andavano dette.
“Tu dovresti lasciar  vivere tuo fratello Duilio. – dissi – Sei un bravo cantante folk, ma il tuo sbaglio è quello di restare fermo nello stesso posto. E’ un errore fatale, per chi come te deve lasciare le cose a metà. Se te ne andassi in giro a cantare, senza mai fermarti, le tue incompiute diventerebbero perfette e nessuno si farebbe male.”
Poteva bastargli e infatti si voltò, sparendo da quel tramonto che aveva molestato abbastanza. Smise perfino di cantare e rimase stanziale, trovando un buon impiego in un ufficio del turismo, una buona moglie e un paio di figli, grazie ai prodigi della scienza, o ai sotterfugi della pratica. Suo fratello Duilio, invece, liberato da un ruolo squallido, percorse le strade del mondo, diventando un fisico nucleare di chiara fama.
Quanto a me, come dice Prevert, con squisita licenza poetica, sono ancora quello che sono.

 

 

 

Versione in prosa

                             Versione in prosa 

I giorni ci affiancano, come discreti servitori preposti, a parte, al nostro andamento, allestendo per noi la parabola del sole, la luce delle suggestioni e l’ombra dei rimpianti. Quasi sempre la musica in sottofondo non è adeguata e scivola sull’asfalto insieme alle macchine, oppure sbatte invano sui bastioni di pietra e cristallo oltre i quali facciamo carriera, nutrendo i figli che  si voltano dall’altra parte, rassicurando le mogli dai fianchi decorosi, che ci tengono la testa se vomitiamo la disperazione e infine, quando quella è caduta nel cesto, la guardano estraniate.
I giorni erano schizzati via per dieci anni, mentre Valeria ed io eravamo rimasti nello stesso ufficio senza più parlarci, per mia volontà, come se io, non perdonandola, riuscissi a cancellare le mie colpe. Quando eravamo costretti a confrontarci, per lavoro, Valeria portava con sé la sua dolcezza, restando un attimo ferma davanti alla mia scrivania, dopo avermi consegnato un documento o la semplice convocazione a una riunione. Ogni volta fronteggiavo il suo profumo con gli occhi sulle carte e lasciavo che il tintinnio del suo bracciale pieno di ciondoli mi sfiorasse le orecchie, finendo alle mie spalle. Solo a quel punto dicevo grazie, senza mai guardarla in faccia.
Fu in una mattina di giugno, forse per i momenti di inaudito silenzio che sbocciavano dalla strada affossata fra gli alti palazzi, come se quel tempo autonomo e servizievole si fosse infine voltato verso l’umanità a chiedere un significato, o la semplice conferma sul seguitare a perdersi nel futuro, a perseguire la fine dei giorni. Fu nell’attimo più lontano dagli altri e perduto che alzai gli occhi e dissi:
“Come stai?”
Lei allargò un poco gli angoli della bocca, ad accogliere lo stupore che invece preferì defluire nei due laghi degli occhi, profondi di giada e di smalto, che ogni volta spargevano in altri occhi la bellezza che li aveva toccati, per caso e per sempre.
“Ora sto meglio.” rispose, riuscendo perfino a esporre il sorriso, davanti alle lacrime.
Mi aveva parlato fitto per un anno, dieci anni prima, sguazzando nell’aurea banalità del suo portato esistenziale, pieno di usanze meridionali, di crucci e gioie carnali e smaglianti, ed io avevo saputo ascoltare, solo per vederle muovere le mani o la bocca, la lingua che accarezzava le labiali, schioccando alla vita la magia di una formula, svelta come le sue danze vantate, sventagliata nell’aria come la cantilena delle sue risate. Finché un giorno, mentre teneva fra i denti un chicco d’uva, io glielo avevo rubato con un guizzo che non mi apparteneva, mangiandone una metà e riavvicinando l’altra metà alla sua bocca, perché la sua lingua si affacciasse alle labbra titillando il delirio delle mie dita. Poi il rovesciarsi degli oggetti oltre la scrivania, la pausa per serrare la porta, le mie mani sui suoi seni piccoli, la bava mischiata all’anidride convulsa del respiro, i colpi straziati e dolci dentro i suoi fianchi, al suono dei gemiti, in un ritmo diverso dai movimenti dei corpi, nel piacere già avvilito dalle conseguenze, le più immediate proprio lì, oltre la porta. Quando eravamo usciti, dopo mezzora, la porta più vicina in quel corridoio si era richiusa in fretta, storpiando risa soffocate. Valeria allora si era messa a correre verso l’uscita, lontano da me, col pensiero rivolto alle sue bambine, al marito conficcato nella devozione coniugale. Invano, nel tempo a seguire, l’avevo cercata e tentata, degradandomi nelle preghiere e nelle sterili minacce, fino a recuperare, in un guizzo di dignità, il meccanismo manicheo del tutto e del niente. Mi ero acquartierato sul niente, negandole per dieci anni il saluto e lo sguardo, fino a quel giorno, strano e avulso come il primo e l’unico, nel pozzo degli anni.
“Vieni via.” dissi, un attimo prima che lei mi afferrasse la mano, diffondendomi nel corpo un tremito che sboccò nella mente.
Non mi lasciò nemmeno quando mi alzai, tirando via le mie cose e guidandola fuori della porta, dove l’ardire si tramutò nell’eccessiva cordialità fisica, mentre la prendevo sottobraccio e mi apprestavo ad argomentare qualunque cosa, se qualcuno ci avesse veduto, anche se chi sapeva aveva cambiato ufficio o aveva dimenticato, straniato dalle proprie speranze e miserie. Valeria raccolse ciò che doveva nella sua stanza e quando uscimmo dall’ascensore, davanti alla portineria, la stretta serrata alla sua mano divenne tocco protettivo sulla sua spalla, quel tanto che servisse ad arrivare alla mia macchina, dentro la quale cominciammo a toccarci con troppa foga, ma soltanto per far sbollire il rancore, l’odio per quello che ci eravamo reciprocamente sottratti per dieci anni. Senza dire una parola mi dette uno schiaffo e io lo restituii al volante, prima che lei mi riafferrasse la mano e cercasse di tenerla anche quando dovevo badare alla guida. Schizzai verso il raccordo e da lì in autostrada, comandato dal corpo, la cui ragione radicale non era tenuta a configurarmi una meta. Il desiderio era una punta di coltello infissa nel costato e a tratti, con la coda degli occhi, seguivo l’alzarsi e il riabbassarsi del suo petto, o il profilo a conchiglia dei suoi occhi che non mi guardavano, della bocca che non parlava, come se la determinazione del distacco dovesse rispettare la legge fisica dell’abbrivio e proseguire per altre ore e minuti oltre i dieci anni passati.
“Hai fame?” chiesi, stupidamente, nei momenti di attesa al casello di Orte.
“Sta zitto.” lei disse, stringendomi di più la mano.
Lungo la strada per Perugia notai un motel circondato da cipressi e pensai alle lapidi degli amanti davanti alle stanze. Lei ne avrebbe riso, in altri momenti, quelli iniziali in cui le avevo fatto da chaperon, ingabbiato dalla paura del rifiuto. Alla reception ci appoggiammo al banco tenendo nascoste le mani che seguitavano a stringersi, così che mi ci volle un po’ di tempo per dare i miei e i suoi documenti al portiere, che Valeria si ostinava a guardare in faccia, pronta a ricacciargli in gola qualunque smorfia maliziosa.
La stanza odorava di naftalina, stridente con il rivestimento in smalto nero dei mobili e con la borchia nella testata del letto, che raffigurava una composizione floreale. Dopo aver chiuso la porta lei finalmente mi guardò, sospesa fra desiderio e odio, ma poco prima che ogni impulso la cogliesse si staccò da me iniziando a spogliarsi e a riporre in ordine sulla sedia il suo vestiario. Forse la sua lentezza era il dubbio, o più probabilmente il primo retrogusto dei sensi di colpa. Mentre mi spogliavo, gettando le mie cose in disordine sull’altra sedia, vedevo le sue spalle piccole che si muovevano nel respiro affannoso e da lì cominciai, carezzandole il collo e poi annusando le sue ascelle, perché capisse che ad ogni suo umore io appartenevo, che niente di quello che passava nel suo corpo mi ripugnava. Ci lasciammo cadere sul letto e per ore, senza frenesia, ci unimmo in tutti i modi consentiti ai nostri corpi, fino a che, svuotati, essi diventarono cassa di risonanza alle grida soffocate tra i denti, dopo che le lingue avevano leccato i liquidi, stentando le sillabe di un amore incattivito, asserragliato nei corpi in pena. Nelle pause vaporava la nostra tenerezza, mentre i corpi prima contratti si distendevano nel languore della tregua, e gli occhi si immergevano negli occhi. A un tratto Valeria guardò la lamina di luce che filtrava dalle persiane, già sfuocata dal tardo pomeriggio e impressa come uno sfregio incerto su una riproduzione della Venere del Botticelli, su una parete.
“E’ già tardi.” disse, carezzandomi il petto.
“Era tardi anche stamattina, in ufficio.”
“Ora che ci accadrà?”
“Non saprei, ma non voglio perdermi lo spettacolo.”
Appena un cenno, finalmente, della sua risata cantilenante.
“Chi l’avrebbe detto che saresti diventato prosaico?” osservò.
“Il fatto è che le poesie che ti dedicavo non le hai mai capite. Ti piaceva solo l’idea che io le scrivessi, per te.”
“Non ne scrivi più?”
“Ne vale la pena? Una poesia è quasi sempre il rammarico per un treno che abbiamo perso.” dissi, sfiorandole le labbra con le dita.
“E tu , di me, cosa hai capito, ex-poeta?”
“Che non è importante quello che dici, ma il come lo dici.”
“Piuttosto avvilente.” lei disse, senza inquietarsi.
“Invece è esaltante. Se tu recitassi la Divina Commedia io ascolterei soltanto la tua voce, perché è lì che sogno di sfociare, partendo dal tuo diaframma, navigando nell’atmosfera del tuo fiato, bagnandomi la fronte con la tua saliva e infine fuoriuscendo nel timbro della tua voce. E’ te che vorrei diventare, per appartenerti del tutto.”
Valeria allora mi riafferrò e ci prendemmo ancora, senza forze, come se scivolassimo sull’accanimento, pronti a morirne.
“E’ tanto che siamo qui.” lei disse, più tardi.
” Ce ne andremo quando tutto il tempo che abbiamo passato senza guardarci sarà risucchiato dal buco nero di questa stanza.”
In quel momento i nostri cellulari, lasciati sul piano del comò, iniziarono a vibrare, ruotando, coi tremiti dell’assenza e della svolta. Nel guardarli pensai ai nostri vecchi corpi che scivolavano lontano, nella corrente, finalmente affrancati dallo spirito.
Lei, che era nella mia mente, disse piano:
“Guarda come sono sottili e inutili.”
“Come foglie secche.” io dissi.
“Come falene che ruotano la loro agonia, bruciate dall’insistenza, a chiamare invano la nostra indifferenza.” disse lei.
La mia poesia perduta le era entrata dentro, a fecondarla e a rifiorire migliore.